Gli osservatori | Страница 9 | Онлайн-библиотека


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— Kathryn. Kathryn Mason.

Lui non le disse come si chiamava, e Kathryn non riuscì a trovare la forza per chiederglielo.

— Posso fidarmi di lei, Kathryn?

— In che senso?

— Per mantenere segreta la mia presenza qui.

Lei fece una risatina chioccia. — Non sto cercando di creare uno scandalo nel vicinato. Nessuno saprà che lei è qui.

— Eccellente.

— Adesso le porterò la padella.

La donna provò un certo sollievo nell’allontanarsi da lui. La spaventava, e la sua paura stava crescendo, invece di diminuire, col trascorrere del tempo. La sua calma, soprattutto, era ciò che l’atterriva più di ogni altra cosa. Sembrava irreale, sintetico; tutto in lui suonava falso, dal viso troppo bello alla voce troppo morbida con i suoi accenti troppo dolci. E il fatto di essere passato in un quarto d’ora dall’incoscienza del delirio alla piena razionalità, in quel modo, era ancora più strano. Era come se avesse girato un interruttore dentro di sé, deviando altrove gli impulsi dolorifici.

Kathryn tremava. Prese la padella dal ripostiglio della cucina e la sciacquò.

In casa sua c’era una persona insolita, il che era sconvolgente.

In casa sua c’era uno straniero che poteva anche non essere un uomo, e questo era ancora più sconvolgente.

Ritornò da lui, e gli sorrise mentre infilava la padella sotto le lenzuola. Cercando di ritrovare la sua antica efficienza da infermiera, Kathryn gli chiese: — C’è qualcos’altro che posso fare per lei?

— Può darmi qualche informazione.

— Certamente.

— Alla radio, alla Tv, stanotte, hanno trasmesso notizie particolari da questa zona?

— La meteora — rispose lei. — L’ho vista anch’io. La grossa sfera di fuoco nel cielo.

— Dunque si trattava di una meteora.

— Così hanno detto alla televisione.

L’uomo rifletté per un attimo. Kathryn rimase in attesa, aspettandosi qualche rivelazione, magari la schietta ammissione della sua origine. Invece l’altro non si lasciò sfuggire nulla, limitandosi a guardarla in silenzio.

— Preferisce che spenga la luce? — gli chiese Kathryn.

Lui annuì.

La donna oscurò la stanza, e soltanto allora si rese conto che non le era rimasto alcun posto per dormire. L’uomo occupava quasi tutto il letto: non restava che uno spazio ristretto accanto a lui.

Si rannicchiò sul divano del soggiorno. Ma non riuscì a dormire, e quando, parecchie ore prima dell’alba, ritornò in camera sua, vide che anche lui aveva gli occhi aperti, e che il suo viso era nuovamente contorto in una rigida smorfia di dolore.

— Glair? — le domandò.

— Kathryn. Che cosa posso fare per lei?

— Solo tenere la mia mano fra le sue — sussurrò lui, e Kathryn fece ciò che le aveva chiesto. Rimasero così fino al mattino.

CAPITOLO SESTO

Alla spettacolare distruzione della nave osservatrice Dirnana assistettero molti occhi quella notte, non tutti umani. Nel momento in cui il generatore del vascello raggiunse il punto critico ed esplose, un ricognitore Kranazoi percorreva il settore di osservazione che gli era stato assegnato, seguendo una rotta verso oriente, nei cieli del Montana. La prima luce abbagliante dell’esplosione colpì i sensori del vascello Kranazoi, e solo qualche attimo più tardi il pilota venne a conoscenza dell’avvenimento, ed entrò rapidamente in azione.

La classificazione genetica del pilota era Bar-48-Codon-adf. Per le necessità di quella missione nascondeva il suo corpo Kranazoi, angoloso e coriaceo, con il quale era nato, all’interno di una abbondante massa carnosa da terrestre, che gli dava un aspetto gelatinoso e paffuto poco in accordo con la sua intima natura. Divideva la sua nave con altri tre membri della sua attuale unità sessuale, due dei quali stavano dormendo. Il terzo, la cui classificazione genetica era Bar-51-Codon-bgt, al momento dell’esplosione stava sviluppando dei dati. Lei-esso — dato il suo ruolo ambivalente nell’unità sessuale — sollevò subito gli occhi verso Bar-48-Codon-adf ed esclamò: — La nave Dirnana è appena esplosa!

— Lo so. Gli schermi fotonici sembrano impazziti. — Bar-48-Codon-adf fece scorrere le sue dita sui circuiti d’uscita dei sensori della nave Kranazoi, mentre Bar-51-Codon-bgt cominciava a controllare l’elenco delle navi Dirnane conosciute che si trovavano nei paraggi. Quando lei-esso ebbe identificato quella nave particolare sulla carta di bordo, l’altro aveva già avuto l’informazione che più temeva di ricevere: tre forme della massa approssimativamente Dirnana si erano lanciate fuori e stavano precipitando verso la Terra.

— Questa non ci voleva — mormorò. — Stanno atterrando. Tre di loro si sono lanciati dalla nave appena prima che esplodesse!

— Sei sicuro che siano vivi? — domandò Bar-51-Codon-bgt.

Lui aggrottò la fronte. — Sono usciti poco prima dell’esplosione. È un atterraggio volontario! Stanno violando tutti gli accordi! Dobbiamo inseguirli e scovarli, altrimenti saremo nei guai!

— Calma, calma. Cerca di ragionare. Se avessero scelto un atterraggio volontario, perché mai avrebbero lasciato esplodere la nave? Il fenomeno dev’essere stato registrato da tutte le reti di intercettazione terrestri. Se ti ordinassero di scendere sulla Terra, lo faresti in modo così vistoso?

Bar-48-Codon-adf si quietò. — Anche così, volontariamente o no, sono atterrati.

— E magari sono morti nel toccare terra.

— Forse. E forse no. Vuoi correre il rischio? Io no. Al Quartier Generale ci bruceranno il cervello se mandiamo tutto a monte in questo modo. Dobbiamo atterrare e rintracciare quei maledetti Dirnani, e scoprire che cosa stanno combinando!

Bar-51-Codon-bgt inorridì. — Atterrare? Sulla Terra? Noi siamo osservatori!

— Gli accordi consentono di atterrare nel caso di comportamento ambiguo da parte dell’altra fazione. Se succedesse ad un paio di Kranazoi, di scendere in quel modo sulla Terra, non credi che i Dirnani ci lancerebbero alí’inseguimento una frotta dei loro osservatori? Non possiamo permetterci di lasciarci scavalcare in questo modo. Almeno, io non posso. Sveglia gli altri.

Lei-esso protestò. Gli altri due avevano avuto un accoppiamento riuscito poche ore prima, ed avevano diritto al loro sonno. Ma Bar-48-Codon-adf era inflessibile, e quando si impuntava così non c’era verso di fargli cambiare idea. In breve, i due restanti membri dell’unità sessuale giunsero con passo malfermo dalle loro cabine, risentiti e di cattivo umore, e tutt’altro che turbati dall’apparente atterraggio dei tre membri della potenza rivale sul territorio neutrale della Terra. Li infastidiva assai più il fatto che Bar-48-Codon-adf avesse disturbato il loro sonno, e non gliene fecero mistero. L’alterco proseguì per parecchi minuti, durante i quali Bar-48-Codon-adf modificò la rotta della nave dirigendo a sud verso il punto d’atterraggio dei Dirnani. Lasciò che gli altri sfogassero il loro risentimento.

Quando tutti ebbero riacquistato sufficiente lucidità, disse: — Abbasseremo la nave ad una quota di crociera, e io mi lancerò. Segnalate al Quartier Generale quello che stiamo facendo, e restate a distanza di rilevazione finché non avrete mie notizie.

— Hai intenzione di lanciarti da solo? — domandò Bar-51-Codon-bgt in preda ad un’evidente preoccupazione.

— Non ci saranno problemi. Nessuno fa del male ad un grassone. Darò un’occhiata intorno, rintraccerò i Dirnani, cercherò di capire che cosa hanno intenzione di fare. Quando ne saprò abbastanza, farò venir giù anche voi.

Bar-79-Codon-zzz esclamò, in tono sprezzante: — Eroe! Cacciatore di medaglie!

— Smettila. Dov’è il tuo senso di responsabilità?

Bar-79-Codon-zzz, che era la femmina completa dell’unità sessuale e che infatti era camuffata da femmina terrestre, lo fulminò con lo sguardo. — Non mi venire a parlare di patriottismo, eh? Siamo lontanissimi da casa, impegnati in una noiosa, inutile, stupida missione per motivi puramente ritualistici, e che mi venga un accidente se la prenderò sul serio come fai tu. Cribbio! Andarsene in giro attorno a questo odioso pianeta come dei luridi ficcanaso! Perché non lasciamo tutto ai Dirnani, e…

Bar-51-Codon-bgt le diede una gomitata. — Calmati — le mormorò. — Ormai ha deciso. E comunque, potrebbe anche essere importante. Lasciamo che vada, se lo vuole.

La disputa fu sedata. La nave Kranazoi puntò il muso verso la Terra, scivolando attraverso il cielo notturno totalmente nascosta dai circuiti opacizzanti. Bar-48-Codon-adf era infastidito dal comportamento dei suoi compagni, ma non aveva alcuna voglia di impegnarsi in una discussione prolungata con gli altri, in quel momento. Il dovere era il dovere. Erano in missione lì per tenere d’occhio non solo la Terra, ma anche le attività dei loro avversari, i Dirnani. Il dovere gli imponeva di atterrare e di inseguire — e se necessario, di arrestare — quei tre per violazione degli accordi.

Con la nave ad una quota di diecimila metri, Bar-48-Codon-adf archiviò la formale notifica della sua intenzione di atterrare, insieme ai motivi che lo spingevano a farlo. A settemila metri di quota indossò l’equipaggiamento per il lancio, che non si sarebbe mai aspettato di usare. A tremila metri si lasciò cadere dal portello con la massima tranquillità.

L’impatto col terreno fu duro, ma non ebbe gravi conseguenze. Bar-48-Codon-adf si sfilò il dispositivo per l’atterraggio ed azionò la leva per la distruzione automatica. Bruciò senza problemi e pochi secondi dopo si era completamente disintegrato. Adesso lui indossava gli abiti, oltre che il corpo, di un grasso terrestre di mezza età. Mise in opera il suo addestramento per la memorizzazione dell’identità e scoprì che quel terrestre si chiamava David Bridger, aveva quarantasei anni, era celibe, era nato a Clercville, Ohio, e risiedeva a San Francisco, California. Aveva toccato terra a parecchi chilometri di distanza dalla città di Albuquerque, Nuovo Messico. Mancavano ancora quattro o cinque ore all’alba; in mattinata sarebbe stato al sicuro dentro la città, e quindi avrebbe potuto cominciare la sua ricerca.

Se quei tre Dirnani avevano in mente qualcosa di illegale, giurò a se stesso, gliel’avrebbe fatta pagare. Li avrebbe trascinati davanti alla Commissione per l’Accordo, denunciandoli come responsabili di ingerenza arbitraria! Avrebbe fatto bruciare loro il cervello! Chi credevano di essere, per atterrare sulla Terra come se il pianeta fosse di loro proprietà?

Scuro in volto, David Bridger di San Francisco — fino a poco prima agente ed osservatore Kranazoi di nome Bar-48-Codon-adf — si incamminò faticosamente ma di buona lena verso la vicina Albuquerque, rimuginando pensieri cupi nei confronti del pianeta Dirna e di tutti i suoi bastardi abitanti.

CAPITOLO SETTIMO

Per tre giorni Glair rimase in bilico tra coscienza e incoscienza. I suoi arti le trasmettevano fitte di dolore lancinante, ed il suo intero corpo era gonfio in modo innaturale. Sapeva di essere orribile, in quei momenti, e ciò era per lei più insopportabile del dolore stesso.

Un sistema di alimentazione in «feedback» continuava a farla oscillare sulla soglia della consapevolezza. Quando era sveglia il dolore si faceva sentire più forte, e lei ne approfittava per disattivare i gangli di cui poteva fare a meno. Dopo un po’ riusciva a rilassarsi, e scivolava di nuovo nel non-dolore dell’incoscienza. Ma non si fidava a disinserire anche il sistema nervoso, e così, quando si sentiva cedere, rimetteva in funzione i gangli, ritornando dalla grigia foschia della non-esistenza ad un rinnovato dolore. Il dolore portava a sua volta con sé una forma d’incoscienza, quando gli lasciava campo libero. Non solo i nervi dell’involucro esterno, ma anche quelli del suo corpo Dirnano erano aggrediti dalle fitte, talora così forti che i canali neurali tendevano a sovraccaricarsi.

Vagamente, Glair capì di essere stata raccolta nel deserto e condotta nell’abitazione di qualche terrestre. Vagamente, si rese conto che la tuta ed anche la fascia lombare le erano state tolte. Avvertiva il succedersi del giorno e della notte, e supponeva di essere sotto l’effetto di droghe antidolorifiche — un espediente inutile, poiché non funzionavano su di lei — e aveva l’impressione che qualcosa fosse stato fatto per le sue gambe ferite, il che era molto più proficuo.

Però non recuperò completamente la consapevolezza, e non si preoccupò di dare un’occhiata all’ambiente che la circondava. Rimase tranquilla nel suo guscio di dolore.

Vorneen era sopravvissuto all’esplosione? Mirtin era ancora vivo?

Era stata troppo occupata nel tentativo di porre rimedio al balzo imperfetto, per prestare attenzione a ciò che succedeva sopra la sua testa. Glair presumeva che i suoi due compagni fossero saltati in tempo, ma non poteva esserne certa. Rivisse più e più volte il suo volo: quel salto così goffo, quel momento di totale paralisi mentre il terrore le riempiva l’anima, quell’orribile tuffo a capofitto, che non finiva mai. Poi la ripresa dei sensi, dopo un volo di migliaia di metri, ed il sentimento di sollievo quando lo schermo frenante si era dispiegato in aria, rallentando la sua caduta. Certo, non c’era speranza di un atterraggio morbido: aveva già raggiunto una velocità pazzesca, e lo schermo non era in grado di farla decelerare in tempo. Il meglio che poteva fare era evitarle di spiaccicarsi al suolo in maniera disastrosa. Aveva toccato terra… pur perdendo i sensi un attimo prima dell’impatto. Era rimasta gravemente ferita. Era stata trovata. Glair non sapeva nient’altro, con certezza.

Il quarto giorno si svegliò.

Avvertì una sensazione di prurito al braccio, all’inizio, e malgrado si trattasse di una sensazione che aveva già provato in quei giorni di sofferenza, stavolta non le procurava disagio ma piacere. Glair aprì gli occhi per vedere che cosa stava succedendo. Un terrestre muscoloso era in piedi sopra di lei, e le premeva un tubetto di porcellana marrone e rilucente contro la parte carnosa del braccio. Quando incontrò i suoi occhi, l’uomo si irrigidì all’istante.

— Finalmente ti sei svegliata — le disse. — Come ti senti?

— Malissimo. Che cosa sta facendo al mio braccio?

— Un’iniezione intravenosa. Sto cercando di nutrirti. Ma ho avuto qualche problema a trovare le tue vene.

Glair si concesse una risata. Ridere, lo sapeva, era il modo in cui i terrestri mitigavano le tensioni sociali. Ma era molto tempo che non si esercitava più nell’apprendimento delle abitudini terrestri, ed i suoi muscoli facciali trovarono qualche difficoltà ad atteggiarsi nella risata. Dovette sforzarsi, ed il risultato dovette assomigliare più ad una smorfia di dolore che ad una risata, poiché l’uomo reagì con un sospiro di affettuosa comprensione.

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