Gli osservatori | Страница 7 | Онлайн-библиотека


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— Sì. Se solo potessi stare dentro quella caverna… finché non mi sentirò di nuovo bene…

— Ma io potrei trovare aiuto giù al villaggio. Ti potremmo portare all’ospedale.

— Non voglio andare in un ospedale. Voglio solo restare qui… da solo.

Silenzio per un attimo.

Poi il ragazzo disse: — Non hai l’aspetto di un avanzo di galera. Non stai scappando. E allora perché non vuoi andare in ospedale? Questa strana tuta… e parli in modo strano; hai un accento buffo. Andiamo, signore. Da quale pianeta vieni? Marte? Saturno? Puoi fidarti di me. Non vado molto d’accordo con la gente del villaggio, di questi tempi. Io aiuto te, tu aiuti me. D’accordo?

Mirtin vide l’opportunità che gli si presentava. Perché non fidarsi di quel ragazzo? In fondo, nessun giuramento gli impediva di rivelare ad un terrestre la sua origine extraterrestre. Quanto a questo, doveva servirsi del suo giudizio. Poteva aver più da guadagnare dicendo la verità a quel ragazzo dal volto sudicio, ed ottenendo in tal modo un aiuto, che mantenendo il suo segreto. Specialmente se l’unica alternativa era quella di morire oppure di andare a finire in un ospedale, e di far scoprire il suo segreto a coloro che con maggiori probabilità l’avrebbero reso di dominio pubblico.

— Posso fidarmi di te? — domandò Mirtin.

— Tu aiuti me, io aiuto te. Certo.

— Va bene. Io mi sono lanciato col paracadute da una nave osservatrice. Un disco. L’hai visto esplodere ieri sera?

— Ci puoi scommettere!

— Be’, ero io. Noi. Io sono atterrato qui. Sono ferito… ho la schiena spezzata. Mi ci vorrà parecchio tempo per guarire. Ma se tu avrai cura di me, e mi porterai cibo ed acqua, e non dirai a nessuno che mi trovo qui, ce la farò. Poi cercherò di aiutarti, qualsiasi cosa tu voglia. Ma non devi raccontare a nessuno di questa faccenda.

— Pensi che qualcuno mi crederebbe, in ogni caso? Il pilota di un disco volante in mezzo al deserto. Non lo dirò a nessuno.

— Bene. Come ti chiami?

— Charley Estancia. Della tribù di San Miguel. Ho due sorelle, Lupe e Rosita, e due fratelli. Ma sono tutti degli scemi. E tu come ti chiami?

— Mirtin.

Charley lo ripeté. — Tutto qui? Solo Mirtin?

— Tutto qui.

— Che cosa significa?

— Si tratta di uno schema sonoro codificato. Include informazioni sul luogo della mia nascita, i nomi dei membri del mio gruppo di genitori, e le mie capacità vocazionali. In quelle due sillabe è concentrata un bel po’ di roba.

— E come mai hai l’aspetto di un terrestre, Mirtin?

— È un camuffamento. Dentro sono diverso. Ecco perché non voglio andare in un ospedale.

— Ti farebbero i raggi X e lo scoprirebbero, eh?

— Proprio così.

— Come sei, dentro?

— Tu diresti che sono piuttosto strano. Cercherò di spiegarti a cosa assomiglio. Più tardi.

— Me lo farai vedere?

— Non posso farlo — rispose Mirtin. — Il mio camuffamento… non viene via così facilmente, Charley. Fa parte di me. Ma quando avremo tempo ti spiegherò che cosa c’è sotto. Ti racconterò tutto.

— Parli inglese piuttosto bene.

— Ho avuto molto tempo per studiarlo. È dal… — fece una pausa — … dal 1972 che sono assegnato alla Terra. Dieci anni.

— Parli altre lingue? Spagnolo?

— Abbastanza bene.

— E il Tewa? È la lingua del mio villaggio. La conosci?

— Ho paura di no — confessò Mirtin.

Il ragazzo rise fragorosamente. — Benissimo! Perché neanche noi la conosciamo bene. I vecchi, loro pensano di saper dire le cose in Tewa, ma non si capiscono troppo l’uno con l’altro, a dire la verità. Credono di comprendersi, ma si illudono. È piuttosto divertente. Ehi, vieni da Saturno? Da Nettuno?

— Vengo da un diverso sistema solare — rispose Mirtin. — Molto lontano da qui. Da un pianeta che ruota intorno ad un’altra stella. Sai che cos’è un sistema solare? E stelle e pianeti? Questo qui è un pianeta, la Terra, e ci sono altri…

— Credi che sia uno stupido indiano? — lo interruppe risentito Charley Estancia. — Conosco le stelle e i pianeti. E le galassie, e le nebulose. So tutto quello che c’è da sapere. Non sono uno sciocco. So leggere. C’è una biblioteca mobile, che ogni tanto capita anche da noi. Da dove vieni? Quando spunteranno le stelle, stanotte, indicamelo.

— Non posso indicarti nulla, Charley. Non posso sollevare il braccio. È paralizzato.

— È così grave, eh?

— Per il momento, sì. Ma starò meglio, se ti prenderai cura di me. Comunque ti indicherò dove guardare, stanotte. Vedrai tre stelle assai brillanti, tutte in fila.

— Vuoi dire la costellazione di Orione?

Mirtin rifletté, considerando la geografia stellare dal punto di vista terrestre. — Sì. Proprio quella.

— E tu vieni da lì?

— Vengo da lì. Dal quinto pianeta della stella all’estremità orientale. È un bel viaggio, da qui.

— E tu hai fatto tutto quel viaggio in un disco volante?

Mirtin sorrise. — Su una nave osservatrice, sì. Per pattugliare la Terra. E ieri sera la nostra nave è esplosa. Abbiamo fatto appena in tempo a lanciarci, ed io sono atterrato qui. Non so nulla degli altri due.

Il ragazzo tacque e prese a fissarlo: gli occhi scintillanti si soffermarono su ogni particolare della tuta, poi si spotarono sul suo volto, forse in cerca di qualche sfumatura che rivelasse la sua natura aliena. Infine Charley disse: — Non so chi è più matto, se tu che mi racconti queste cose, o io che ci credo.

— Non credi che questa sia la verità?

— Non lo so. Che cosa dovrei fare? Prendere un coltello ed aprirti per vedere che cosa c’è dentro?

— Preferirei di no.

Il ragazzo si concesse una delle sue fragorose risate. — Non preoccuparti, non lo farò. Però mi sembra tutto così strano. Un uomo di un disco volante che atterra proprio qui. Senti, tu devi raccontarmi come vanno le cose lassù, eh? Tu parli, io ti ascolto, e poi saprò se dici la verità o se ti prendi gioco di me. Ti condurrò in quella caverna, e mi parlerai delle stelle. Devo sapere tutto. Non mi sono mai allontanato da casa, e tu vieni da un altro pianeta. Mi racconterai tutto, d’accordo?

— D’accordo — rispose Mirtin.

— Però adesso bisogna portarti dentro la caverna. E poi ti rimedierò qualcosa da mangiare e da bere. Il villaggio non è lontano. Ti farà male se ti aiuto ad alzarti in piedi? Puoi appoggiarti a me.

— Non servirebbe a niente. Anche le mie gambe sono paralizzate. Dovrai trascinarmi sul terreno.

— Trascinarti per le braccia? Ridotto così? Non credo che ti farebbe piacere. Ehi, ho un’idea migliore, Mirtin. Ti metterò su una barella. È meglio.

Mirtin osservò il ragazzo che si alzava, estraeva un coltello da caccia dalla guaina che portava sul fianco ed incominciava a tagliare la vegetazione circostante. Ricavò due paletti sottili da un albero scheletrico, li sfrondò dai rami e poi cominciò a tagliare i gambi delle piante spinose grigioverdi che crescevano basse sul terreno. Aveva il volto rigido per la tensione e le labbra serrate. Le sue dita si muovevano rapidamente, intrecciando una rete di fuscelli tra i due paletti. La scena affascinò Mirtin. Era così primitivo, quel ragazzo, eppure così efficiente!

Dopo un’ora silenziosa di energico lavoro, la barella era pronta.

— Adesso sentirai dolore — disse Charley. — In qualche modo devo metterti sulla barella. Quando sarai sopra andrà meglio, ma mentre ti sollevo…

— Posso disinserire il mio corpo — lo interruppe Mirtin. — Per parecchi minuti non sentirò nulla. Ma se durasse troppo a lungo morirei.

— Puoi spegnerlo? Semplicemente, come se ci fosse un interruttore?

— Qualcosa del genere. Quando chiuderò gli occhi, agisci rapidamente e mettimi sulla barella.

Per la prima volta, Mirtin scorse negli occhi del ragazzo qualcosa di molto vicino ad un genuino sgomento, addirittura terrore. Ma fu solo un attimo. Era come se il ragazzo avesse continuato a ritenere fino ad allora che quella faccenda era tutto uno scherzo, e, solo in seguito alla proposta di Mirtin di disattivare il suo sistema nervoso centrale, si fosse definitivamente convinto di trovarsi in presenza di un vero e proprio extraterrestre. Il terrore, tuttavia, passò in fretta. Charley Estancia non sembrava avere affatto paura. Mirtin si rese conto di aver avuto una fortuna incredibile ad essere stato scoperto da lui. Si sarebbero intesi benissimo.

— Dimmi quando sei pronto — annunciò Charley.

— Ora — rispose Mirtin.

Staccò i gangli rimanenti. Subito avvertì delle mani magre e fredde che gli afferravano i polsi, e poi sprofondò nell’oscurità di una morte temporanea.

CAPITOLO QUINTO

Verso mezzanotte Kathryn credette di udire di nuovo il miagolio del gattino di Jill. Si rigirò nel letto, dicendosi che era solo un sogno, ma il suono continuò, con insistenza, e stavolta Kathryn si mise a sedere sul letto, prestando ascolto. Sì, c’era qualcosa fuori. Udiva distintamente quel lamento debole, eppure dai toni acuti. Era certa che il gattino fosse ritornato. Grazie a Dio, grazie a Dio, grazie a Dio! Come ne sarebbe stata felice Jill!

Balzò giù dal letto. La sua vestaglia giaceva a terra da qualche parte, accanto ai piedi del letto; la raccolse e se la infilò al volo, annodando forte la cintura. Dopo aver tolto il catenaccio alla porta ed aver neutralizzato il sistema di allarme, uscì fuori. La gelida brezza del deserto la colpì di fianco, penetrando attraverso la leggera vestaglia e l’ancor più leggera camicia da notte che indossava sotto, e quella carezza ghiacciata sulla sua carne la fece rabbrividire. Dov’era, dunque, il gattino?

Non lo vedeva da nessuna parte, ma continuava a udire quel suono flebile ed acuto.

Ma adesso quel rumore le sembrava più simile ad un gemito che ad un miagolio.

Kathryn soffocò l’impulso di rientrare precipitosamente in casa e di tapparsi dentro. Là fuori poteva esserci qualche ferito. Magari un incidente automobilistico. Non aveva sentito alcun rumore di scontro, ma forse era immersa nel sonno. Circospetta, diede un’occhiata intorno, guardò la casa dei vicini sulla sinistra, e il deserto che si apriva sulla destra. Fece qualche passo indeciso.

Allora vide l’uomo, sdraiato a terra ad una distanza di cinque o sei metri dalla porta anteriore, in mezzo ad una radura sabbiosa.

Giaceva sul fianco, col viso rivolto verso di lei, ed indossava una specie di tuta da alta quota. La visiera si era spaccata, evidentemente in seguito all’impatto, e penzolava davanti. Kathryn scorse righe di sangue sulle labbra e sulle guance dell’uomo. Gli occhi erano chiusi. Si lamentava in continuazione, ma non si muoveva. Accanto a lui si trovavano tre o quattro oggetti metallici rilucenti — congegni di qualche tipo — che forse erano scivolati fuori dalle tasche della sua tuta.

Ripensò a quel globo di fuoco che aveva visto poche ore prima. Solo una meteora? O davvero si era trattato di un’astronave in fiamme, e quell’individuo era uno dei superstiti del disastro?

Kathryn si precipitò verso di lui. Quando gli si avvicinò, lui si mosse appena, ma gli occhi rimasero chiusi. Si chinò accanto all’uomo, senza far caso alla durezza della sabbia sotto le sue ginocchia.

Era difficile stabilire quanto fossero gravi le sue condizioni. Sembrava giovane — sui trent’anni — e in preda ad una intensa sofferenza. Ed era anche molto bello. Kathryn fu sorpresa e turbata dall’intensità della sua reazione all’aspetto piacente dell’uomo ferito. Si sentì preda di un’improvvisa sollecitazione sessuale, e la cosa la lasciò di stucco. Infastidita, serrò strettamente le cosce e si piegò in avanti per osservarlo con più attenzione.

Guardinga, spostò la visiera. Il volto dell’uomo era rigato di sangue, ma lei si era aspettata di vedervi anche tracce di sudore, e invece non era così. Anche le macchie di sangue avevano qualcosa di strano, notò Kathryn. Alla debole luce delle stelle le sembrò di scorgere in quel sangue una netta sfumatura color arancio. Immaginazione? Forse. Aveva già visto il sangue, nei tempi in cui faceva l’infermiera, ma mai un sangue di quel tipo.

Dovrei chiamare la polizia, si disse. O far venire un’ambulanza, o qualcosa del genre.

Invece non lo fece. Non voleva coinvolgere le autorità esterne in quella faccenda, per il momento, e non sapeva nemmeno lei il perché. Con cautela fece scivolare la mano sotto il casco aperto e toccò la guancia dell’uomo ferito. Aveva la febbre. Ma niente sudore? Come mai? Sollevò una delle palpebre, ed un freddo occhio grigio la fissò per un attimo. Quando tolse il dito, l’occhio si richiuse, e l’uomo rabbrividì, farfugliando qualcosa di incomprensibile. Ma i suoi gemiti si stavano lentamente trasformando in parole. Kathryn non riusciva a capirne il senso. Parlava forse qualche lingua straniera? O il suo era solo il delirio di un uomo distrutto dal dolore? Si sforzò di capire almeno una sillaba, ma senza successo. Ogni suono sembrava fondersi nel successivo.

Il vento mulinava intorno a loro. Kathryn si alzò in piedi, quasi aspettandosi di trovare i vicini intenti ad osservarla. Ma tutto era tranquillo. Si stupì di come aveva reagito alla presenza di quell’inatteso visitatore. Qualcosa di prepotentemente protettivo stava nascendo dentro di lei, qualcosa che le diceva: Prendilo in casa con te, curalo e fallo guarire. Ma era una sciocchezza. Quell’uomo era uno straniero, e a lei non piacevano gli stranieri; li temeva. C’erano gli ospedali, per questo. Lei non aveva niente a che spartire con quell’individuo piovuto dal cielo, agente di chissà quale paese comunista. Come poteva prendere in considerazione l’idea di farlo entrare in casa, anche per un attimo?

Kathryn non riusciva a capire nulla di questa faccenda, ma si piegò ancor più per osservare il tessuto senza cuciture della tuta di quell’uomo, sforzandosi di apprendere qualcosa della sua origine. Raccolse con cautela gli oggetti che si trovavano a terra accanto a lui; uno sembrava una torcia, con un pulsante ad un’estremità. Casualmente Kathryn toccò il pulsante, e spalancò la bocca per la sorpresa quando un raggio dorato guizzò fuori e trapassò da parte a parte il ramo di un albero vicino. Il ramo cadde al suolo. Kathryn lasciò cadere il piccolo tubo metallico come se le avesse bruciato la mano. Che cos’era? Una specie di laser portatile? Un raggio calorifico?

Da dove viene quest’uomo?

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