Gli osservatori | Страница 5 | Онлайн-библиотека


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Non si poteva trovare un rapporto tra le apparizioni di meteore e gli eventi politici mondiali; si poteva, tuttavia, ricondurre in qualche modo la psicosi dei dischi volanti all’accrescersi dell’ansietà individuale. Forse il 99 per cento degli avvistamenti, si disse Falkner, erano dovuti ai nervi scossi.

Ma gli altri…

Il guaio era che la qualità degli avvistatori stava cambiando. All’inizio, la maggior parte delle storie di dischi volanti era venuta da matrone in menopausa e da contadinotti con la mascella squadrata, afflitti dal gozzo e con gli occhiali dalla montatura di acciaio, ma gradualmente si era passati da questo tipo di pazzoidi più o meno scontati a gente la cui parola aveva un certo peso. Quando presidenti di banca, poliziotti, congressisti e professori di fisica cominciarono tutti a scorgere forme arrotondate nel cielo, non si poté più parlare di fantasticherie da esaltati. Falkner non poteva negarlo. E, soprattutto dopo il 1975, il numero degli avvistamenti ed il numero degli avvistatoli degni di credito erano cresciuti bruscamente. La banda dei visionali, di coloro che affermavano di aver-viaggiato-a-bordo-di-un-disco-volante, c’era sempre, e Falkner non se ne preoccupava più che tanto. Ma non poteva ignorare gli altri.

Eppure aveva un rapporto stabile e profondo con il suo lavoro, benché di tipo negativo. Non poteva convincersi a credere che i cosiddetti dischi volanti fossero qualcosa di diverso da semplici fenomeni naturali. Se davvero si trattava di navi provenienti dallo spazio, allora il suo incarico al SOA era proprio importante, e quella fitta di amarezza che lo tormentava si sarebbe alleviata. Ma Tom Falkner aveva bisogno di quella fitta, perché gli faceva da sprone. E quindi reagiva in maniera ostile all’ipotesi che il suo lavoro potesse seriamente riguardare eventi concreti, o che potesse avere una sia pur minima importanza per la sicurezza del paese.

Disinserì i banchi-memoria e raccolse le informazioni dei rilevatori di metalli.

Nulla. Nel deserto non erano stati individuati oggetti insoliti.

Si mise in contatto con Bronstein, che si trovava in quel momento centoventi chilometri più a sud, in prossimità del villaggio di Acoma.

— Nessuna notizia? Nessun rapporto?

— Niente, da qui — rispose Bronstein. — Però da Acoma hanno visto la scia nel cielo. Ed anche da Laguna. Il sindaco dice che molti dei suoi paesani sono spaventati a morte.

— Dì loro che non c’è nulla di cui preoccuparsi.

— L’ho già fatto. Ma non serve a niente. È come se avessero visto uno spettro, Tom.

— Allora digli di chiamare un esorcista.

— Tom…

— D’accordo, scusami. Signore. - Falkner sottolineò pesantemente l’intenzione sarcastica. Poi, sbadigliando, aggiunse: — Sai che ci sono gli spiriti anche alla Casa Bianca? È un’ora che gli stanno mettendo il pepe sul sedere, al povero Weyerland. Vogliono dei risultati, o qualcosa.

— Lo so. Mi ha chiamato.

Falkner aggrottò la fronte. Non gli andava a genio l’idea che il suo superiore si mettesse in contatto con il suo assistente. C’era una catena gerarchica da rispettare, in situazioni del genere. Interruppe la comunicazione e passò ad un altro canale. Il cingolato filava veloce verso occidente. Le sensibili antenne sul tettuccio roteavano in cerca di dati, di qualsiasi informazione utile. Un bagliore di metallo nel deserto, e lui l’avrebbe saputo all’istante. I rilevatori termici erano a caccia dei raggi infrarossi emessi da qualsiasi essere vivente più grosso di un topo del deserto. Ogni trenta secondi un raggio laser guizzava via sibilando, rimbalzava centoventi chilometri più oltre e ritornava senza notizie.

Falkner premeva in continuazione pulsanti, girava manopole, inseriva e disinseriva circuiti. Durante ciascuno degli inutili giri di ricognizione nel deserto che seguivano a qualche avvistamento, provava un gelido piacere nel far scorrere le sue mani sul complicato pannello dei comandi, servendosi di tutta la sua apparecchiatura elettronica anche quando era assolutamente sicuro che non avrebbe trovato nulla. Un paio di mesi prima aveva infine capito, in un guizzo di intuizione, che cosa faceva quando si baloccava in quel modo frenetico con l’attrezzatura di bordo: giocava a fare l’astronauta.

Star seduto lì, nel sedile del suo accogliente cingolato era un po’ come essere lanciato in orbita, a centinaia di chilometri di quota, con una capsula spaziale. A parte il fatto, naturalmente, che le sue natiche registravano gli scossoni e gli scricchiolii del veicolo sulla sabbia. Ma aveva davanti a sé l’intero schieramento di luci vivide e piccoli schermi, un’attrezzatura da astronauta da sogno e poteva raccogliere dati a sua completa soddisfazione. Quel paragone non gli aveva fatto piacere, poiché gli riportava alla mente l’inutilità di quelle ricerche e lo stesso desolante fallimento che era stata la sua carriera. Tuttavia continuava con ostinazione a premere pulsanti a caso.

Parlò nuovamente con Topeka. Fece quattro chiacchiere con i ragazzi dei due veicoli settentrionali, uno ormai al di là di Taos e l’altro in prossimità delle città spagnole, dall’altra parte della Foresta Nazionale di Santa Fe. Controllò sul monitor i quattro cingolati meridionali che erano disposti a ventaglio da Socorro a Isleta, ed ancora più a ovest, verso Pie Town. Scambiò qualche commento con Bronstein, il quale si trovava nella zona desolata e disabitata a sud di Acoma, e puntava più o meno alla Riserva Zuni. Tra l’uno e l’altro, provvedevano alla sorveglianza completa dell’area relativa alla traiettoria della meteora avvistata, ma nessuno aveva scoperto nulla. Di tanto in tanto Falkner si inseriva sui vari programmi radiotelevisivi per raccogliere notizie. Evidentemente quella sera c’era un gran numero di persone che gridava «dischi volanti!», poiché gli annunciatori si davano un gran daffare a insistere che si trattava soltanto di una meteora. Da una stazione all’altra Falkner udì le stesse blande affermazioni. Tutte citavano Kelly, di Los Alamos. Chi era Kelly? Forse un astronomo? No, solo «uno del personale tecnico», qualsiasi cosa volesse dire. Probabilmente un portiere. Ma i mezzi di comunicazione utilizzavano la magia della sua appartenenza alla base di Los Alamos come talismano per rassicurare gli ascoltatori preoccupati.

Adesso avevano tirato fuori anche qualche astronomo. Un certo Alvarez, di Monte Palomar, aveva rilasciato una dichiarazione. E lo stesso aveva fatto un tale chiamato Matsuoko, un famoso astronomo giapponese. Alvarez aveva forse visto il globo con i suoi occhi? Nulla nelle sue parole indicava di sì. E Matsuoko? Naturalmente no. Eppure ambedue parlavano in tono saputo di meteore, facendo sottili distinzioni fra meteora e meteorite, soffocando tutte le paure sotto un fiume di frasi rassicuranti. A mezzanotte il governo comunicò alcune delle informazioni ricavate dalle reti di intercettazione e dai satelliti di osservazione. Sì, quella meteora era stata avvistata. No, non c’era nulla da temere. Un semplice fenomeno naturale.

Falkner si sentì male.

Il suo scetticismo radicato ed ostinato riguardo agli Oggetti Atmosferici era pari solo al suo scetticismo radicato ed ostinato nei confronti degli annunci ufficiali del governo. Se il governo si dava tanto da fare per tranquillizzare la gente, allora significava che c’era qualcosa di grosso che destava preoccupazione. Era assiomatico. D’altra parte, allenato com’era a leggere tra le righe dei messaggi ufficiali artefatti, Falkner aveva il profondo e persistente bisogno di credere nella futilità e nella vuotezza della sua stessa missione. Non poteva concedersi il lusso di considerare i dischi come una cosa reale. Però non credeva nemmeno al governo.

Ormai era mezzanotte passata da un pezzo. Diede un’occhiata al collo taurino del suo autista, isolato da lui nel compartimento anteriore, e soffocò uno sbadiglio. Avrebbe viaggiato per tutta la notte. Ad Albuquerque non c’era nulla ad attenderlo, tranne un letto vuoto ed una giornata piena di mozziconi di sigaretta. Sua moglie era in vacanza a Buenos Aires con il suo nuovo marito. Falkner si era ormai abituato a stare solo, ma non gli piaceva molto. C’era chi trovava sfogo nel lavoro, in casi del genere, ma Falkner si diceva sempre che il suo non era un lavoro da adulti.

Alle tre del mattino si trovava proprio sul ciglio delle montagne. C’era una strada che attraversava la foresta nazionale, quella tracciata dai taglialegna, e lui avrebbe potuto prenderla, se lo avesse voluto, ma ordinò al guidatore di voltare. Sarebbe ritornato ad Albuquerque seguendo un lungo tragitto circolare, intorno alla Mesa Prieta, sfiorando il villaggio di Jemez, e poi giù lungo il lato occidentale del Rio Grande fino a casa. A Topeka erano ancora svegli, e forse anche a Washington. Buon per loro, gli eroi.

Il flusso di informazioni sui diversi canali stava diminuendo. Per riempire il tempo, Falkner fece scorrere più volte il nastro registrato con il globo di fuoco. Aveva già raccolto una mezza dozzina di istantanee, prese in diversi punti lungo la traiettoria. Le studiò con attenzione, e dovette ammettere che quell’improvvisa scia ardente doveva aver fatto una certa impressione. Peccato che fosse stato impegnato ad ingozzarsi di liquore e non avesse potuto vederla. Però assomigliava ancora alla scia di una meteora, si disse cocciuto Falkner. Una grossa meteora, ma che c’era di strano? Che dire, allora, di quella che si era andata a schiantare nella foresta siberiana nel 1908, scavando quel po’ po’ di buco? O del gigantesco cratere causato dalla meteora caduta in Arizona? Che cos’erano, se non fenomeni naturali?

E la violenza della radiazione luminosa?

Ne aveva discusso con Bronstein due ore prima.

— Immaginiamo una massa di materia anti-terrena che penetri nella nostra atmosfera — aveva detto Falkner. — Un paio di tonnellate di anti-ferro, diciamo. Un gran turbine di antiprotoni e antineutroni che incontrano e disintegrano la materia terrestre.

— Ma questa è roba vecchia, Tom.

— E allora? È plausibile, no?

— Non abbastanza. Comporta la necessità di postulare una grande massa di antimateria da qualche parte del nostro universo — aveva replicato Bronstein — e non c’è alcuna prova concreta che una massa del genere esista, o addirittura che possa esistere. È un’ipotesi molto più semplice quella di postulare una razza extraterrestre intelligente che abbia inviato qui degli osservatori. Basta che tu applichi il Rasoio di Occam alla tua idea dell’antimateria, e ti renderai conto di quanto sia sballata come teoria.

— Applicati il Rasoio di Occam sulla gola, Bronstein. E spingi forte.

A Falkner piaceva quell’idea, malgrado le obiezioni di Bronstein. Certo, violava la legge dell’ipotesi meno complicata; ma il Rasoio di Occam era uno strumento logico, non una condizione immutabile dell’universo, e non funzionava in ogni condizione. Falkner sbatté più volte gli occhi, desiderando di avere con sé dello scotch. Pallidi segni dell’alba stavano cominciando a rigare il cielo ad oriente. Nella capitale del paese era mattina, e tutti erano già in piedi a creare i consueti ingorghi di traffico. Ora, considerando questo concetto dell’antimateria in modo rigoroso, troviamo…

Qualcosa fece ping su uno dei sistemi di rilevazione esterna del cingolato.

— Ferma il veicolo! — gridò Falkner al guidatore.

Il cingolato si fermò. Il ping no. Con molta circospezione, Falkner esaminò i dati di input e cercò di scoprire che cosa diavolo stesse succedendo. Individuò la causa del disturbo. I rilevatori stavano captando il calore emesso da un essere umano con una massa da quaranta a cinquanta chili, entro un raggio di meno di un chilometro. I rilevatori di metallo confermarono la cosa, fornendo una quantità di dati. Là fuori c’era qualcuno.

La città più vicina si trovava a trenta chilometri di distanza. E nello spazio di venti chilometri non c’era nemmeno una strada. Era una zona desolata, null’altro se non gruppi di arbusti, qualche ciuffo di iucca e di altre erbe locali, e qua e là alcuni alberi di ginepro o di pino cresciuti per sbaglio lì invece che nelle regioni montuose. Niente ruscelli, né stagni, né case. Nulla. E nessuno viveva in quella zona. Quella terra non era buona per nulla. Falkner si disse che il suo rilevatore stava captando qualche campo notturno di boy-scouts, o qualcosa di ugualmente innocente. Nondimeno, doveva controllare. Lasciando il guidatore a bordo del cingolato, Falkner uscì all’esterno.

Da quale parte?

Un migliaio di metri da coprire… era un bel po’, se si riferiva il raggio alla circonferenza e si cominciava a ragionare in termini di superficie. Accese il faro al mercurio che portava sul fianco, ma non gli fu di molto aiuto; in quella luce grigiastra che precedeva l’alba, l’illuminazione artificiale era pressoché inutile. Decise di dare un’occhiata in giro per quindici minuti e poi di chiamare un elicottero per far venire una squadra di ricerca. Il guaio con quei complicati congegni di rilevazione era che in un raggio più ristretto non funzionavano affatto bene.

Scelse una direzione a casaccio e si incamminò sul terreno sabbioso e irregolare. Quando ebbe percorso cinquanta passi, vide, in mezzo ad un gruppetto di alberi di salvia, qualcosa che sembrava un mucchio di vecchi abiti, e vi si diresse correndo, in preda ad una specie di frenetico, terribile eccitamento che non riusciva a capire.

Quando raggiunse il mucchio di abiti, si accorse che si trattava di una donna, bionda, giovane, con un bel viso, a parte le macchie di sangue sulle labbra e sul mento. Era viva, ma sembrava priva di conoscenza. Indossava una specie di tuta spaziale di un modello che Falkner non aveva mai visto prima, con un elaborato sistema di propulsione a razzi, una levigata visiera, ed un tessuto scintillante di una strana bellezza. Sospettò subito che quella ragazza fosse un’osservatrice russa o cinese, costretta a lanciarsi col paracadute in seguito a chissà quale imprevisto nel volo. I lineamenti, naturalmente, erano tutt’altro che cinesi, ma non c’era motivo perché Pechino, in caso di necessità, non assoldasse come spia una bionda di Brooklyn. Se in quei tempi una tuta spaziale cinese aveva quell’aspetto, bisognava levarsi tanto di cappello.

Evidentemente lei aveva avuto, però, un brutto atterraggio. Falkner non era in grado di vedere il suo corpo per intero, ma dal modo in cui se ne stava rannicchiata, sospettò che si fosse spezzata come minimo entrambe le gambe, e magari che avesse delle lesioni interne. Be’, nel cingolato c’era una barella ad energia; l’avrebbe caricata, ricondotta sana e salva in città, e consegnata ai medici. Almeno non proveniva da qualche altra galassia, a meno che non ce ne fosse una lassù che produceva magnifiche bionde.

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