Gli osservatori | Страница 4 | Онлайн-библиотека


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Il suolo si stava precipitando verso di lui. Non immaginava che l’atterraggio fosse così. Non si doveva planare delicatamente a terra? No. No. Stava cadendo come una bomba. Si sarebbe spiaccicato proprio sopra il tetto dell’ultima casa di quella fila. Avrebbe…

Deviò, ma solo di qualche metro.

Poi lo aggredì e lo stordì il più tremendo dolore che avesse mai provato, nel corso di una vita pressoché priva di dolori, e l’uomo delle stelle atterrò pesantemente, e giacque immobile, più morto che vivo.

CAPITOLO TERZO

All’Ufficio di Albuquerque dello Studio Oggetti Atmosferici era tutto pronto per la partenza mezz’ora dopo l’avvistamento del globo infuocato. Gli addetti alla manutenzione avevano installato delle batterie completamente cariche a bordo dei sei mezzi cingolati elettrici; il calcolatore aveva già fornito un diagramma a vettori con i possibili luoghi d’atterraggio per eventuali relitti provenienti dallo spazio; Bronstein, assistente del colonnello Falkner, aveva convocato tutti gli uomini liberi da incarichi. Adesso erano in piedi in un semicerchio ansioso attorno allo schermo luminoso dell’ufficio principale, e fissavano con occhi sgranati la scia rosseggiante che segnava la rotta tracciata dall’Oggetto Atmosferico.

Cinque metri più oltre, al di là della porta chiusa a chiave del bagno, Tom Falkner stava cercando disperatamente di recuperare la sua sobrietà.

Durante il percorso in jeep dalla sala ufficiali, Falkner aveva ingurgitato una tavoletta antistimolante; si trattava di piccoli utili prodotti che garantivano il risveglio di una mente intorpidita dall’alcool in mezz’ora, o giù di lì. Ma non era un procedimento piacevole. Le pillole suscitavano una doppia azione stimolante sulla tiroide e sulla ghiandola pituitaria, sconvolgendo temporaneamente l’equilibrio ormonale e mettendo in frenetico movimento l’intero metabolismo. Tutti i processi fisici venivano accelerati, incluso quello che eliminava l’alcool dal sangue. Sotto l’effetto degli antistimolanti, si vivevano sei o sette ore in una situazione ambientale di tempo reale che durava circa dieci minuti. Era un sistema d’urto, ma funzionava. Se dopo una serata trascorsa ad istupidirsi con proprio comodo si scopriva all’improvviso di dover assolutamente recuperare la propria lucidità nel più breve tempo possibile, non c’era altra alternativa che servirsi delle tavolette.

Falkner si accasciò sul pavimento a piastrelle del bagno, afferrandosi al portasciugamani con entrambe le mani. Tremava, e grosse gocce di sudore gli macchiavano l’uniforme. Aveva il volto congestionato, il polso che batteva ad oltre cento pulsazioni al minuto, e continuava a crescere, ed il tremendo battito del suo cuore era come un tamburo che rimbombava nella cassa toracica. Aveva già vomitato, liberandosi delle ultime poche decine di grammi di scotch prima che avesse la possibilità di penetrare a fondo nel suo organismo, e quella violenta purga interna si stava prendendo cura del resto. Il suo cervello si stava schiarendo. Era solo la quarta o quinta volta nella sua vita che aveva ritenuto opportuno far uso di antistimolanti, ed ogni volta aveva sperato che fosse l’ultima.

Dopo un tempo interminabile si rialzò.

Le sue dita, protese a titolo sperimentale davanti a sé, si dimenarono come se stesse battendo a macchina. Cercò di riprenderne il controllo. Adesso il sangue era defluito dal suo volto. Falkner si guardò allo specchio, e rabbrividì nel vedersi. Era un uomo corpulento, dalle spalle poderose, con i capelli neri e ricciuti tagliati corti, baffi sottili ed ispidi ed occhi iniettati di sangue. Quando aveva fatto parte dei progetti spaziali era stato molto attento a non superare gli ottanta chili, ma quei tempi erano ormai lontani, e lui era ingrassato fino al limite massimo della sua costituzione, e forse più. In uniforme aveva un aspetto massiccio e robusto; privato di quell’esoscheletro color kaki, tendeva a curvarsi e a gonfiarsi un poco. Non era orgoglioso di ciò che era diventato nella mezza età, ma non era stato lui a sollevare il problema dell’orecchio interno, né la questione dei dischi volanti.

Ora si sentiva un po’ meglio. Si sciacquò la faccia con l’acqua fredda, si asciugò il sudore, e si sistemò il colletto. Benché non ancora perfettamente sobrio, non avvertiva più gli effetti peggiori della sua alzata di gomito. La sensazione di prurito alla punta del naso era sparita; non si sentiva più le orecchie come pezzi di cartone; i suoi occhi funzionavano come ci si sarebbe aspettato da un qualsiasi paio d’occhi. Muovendosi con molta cura, Falkner aprì la porta del bagno e si diresse verso l’ufficio.

Il capitano Bronstein sembrava avere tutto sotto controllo, come al solito. Era lì che impartiva istruzioni agli uomini, parlando in modo chiaro e deciso, senza sbagliare nemmeno una sillaba. Quando scorse Falkner, Bronstein si voltò con un movimento sciolto e disse: — Siamo pronti a partire al suo via, colonnello.

— È tutto calcolato? Le rotte sono state assegnate?

— Tutto fatto — rispose Bronstein, rivolgendogli un sorriso fugace, forse leggermente ironico. — Il quadro è illuminato come un albero di Natale. Fino ad ora abbiamo avuto un migliaio di rapporti sull’Oggetto Atmosferico, e continuano a giungerne ancora. Stavolta è proprio uno vero.

— Magnifico — borbottò Falkner. — Diventeremo famosi. Naufragio di una nave extraterrestre; il pilota si lancia col paracadute; i coraggiosi ufficiali del SOA ne hanno ragione a mani nude. Noi… — Falkner si riprese. Aveva ricominciato a dar fiato alla bocca, segno che forse non era per niente sobrio. L’occhiata ammonitrice di Bronstein era stata esplicita. Per un attimo i loro sguardi si incontrarono, e Falkner si infuriò nel vedere quanto Bronstein lo compatisse. Una vampata di odio puro gli attraversò il corpo.

In occasioni del genere Falkner insisteva con ostinazione a convincersi che non odiava Bronstein semplicemente perché Bronstein era ebreo. Il fatto che fosse ebreo non c’entrava per nulla. Lui odiava Bronstein perché quel piccolo capitano azzimato era ambizioso, perché era capace, perché aveva sempre il pieno controllo di sé, e perché credeva che i dischi volanti provenissero da altri mondi. Bronstein era l’unico ufficiale, tra quelli che conosceva Falkner, che si fosse arruolato volontariamente nel SOA. Quell’ufficio era considerato il deposito di rifiuti per militari di carriera la cui utilità era stata già altrimenti sfruttata, ma Bronstein aveva scelto di persona quell’incarico. Perché? Perché credeva sul serio che i dischi fossero una questione destinata a far storia, la più grossa faccenda mai capitata fra le mani dell’Aeronautica. E lui voleva esserci, a raccogliere la gloria e i titoli di testa sui giornali, quando la fantasia si fosse trasformata in realtà innegabile. Per Bronstein la pattuglia antidischi costituiva la via d’accesso a cose ben più grandi.

Senatore Bronstein. Presidente Bronstein.

L’umore di Falkner peggiorò ulteriormente. Scattò: — Va bene, muoviamoci. Via tutti, verso il deserto, e trovatemi quel meteorite prima dell’alba. Schnell!

Gli uomini uscirono di corsa dalla stanza. Bronstein rimase, e con voce bassa disse: — Tom, io credo che questo lo sia davvero. La situazione che abbiamo sempre aspettato.

— Vai all’inferno.

— Non saresti sorpreso di incontrare un ambasciatore interstellare seduto in mezzo agli arbusti?

— È stata una meteora — asserì gelido Falkner.

— L’hai vista?

— No. Stavo… studiando dei rapporti.

— Io l’ho vista — ribatté Bronstein. — Non era una meteora. Poco c’è mancato che mi bruciasse gli occhi. Dev’essersi trattato di un qualche tipo di generatore a fusione che esplodeva, al di sopra della stratosfera. È stato come un piccolo sole che si fosse acceso per un paio di minuti, Tom. Ed è quello che hanno visto anche i ragazzi di Los Alamos. Conosci qualche progetto dell’Aeronautica che utilizzi generatori a fusione?

— No.

— Nemmeno io. Perciò…

— Perciò era una nave spia cinese — concluse Falkner.

Bronstein rise. — Sai una cosa, Tom? Credo sia dannatamente più probabile che quella nave provenisse da Procione XII, o un posto del genere, in un altro sistema solare, piuttosto che da Pechino. Dimmi pure che sono matto. Io la vedo così.

Falkner non rispose. Si dondolò avanti e indietro per un po’ sulla punta dei piedi, cercando di convincersi che stava vivendo tutto ciò, e non semplicemente sognandolo. Poi, accigliandosi, fece un cenno a Bronstein ed entrambi uscirono nel buio della notte.

Quattro dei mezzi cingolati erano già partiti. Falkner salì a bordo di uno dei due rimasti, Bronstein a bordo dell’altro, e poi si allontanarono rombando dalla base. L’abitacolo di Falkner conteneva un sistema di comunicazione completa che lo metteva in contatto con gli altri veicoli di ricerca, con l’ufficio di Albuquerque, con il quartier generale del SOA a Topeka, e con i vari quartier generali minori sotto la sua giurisdizione, nei quattro stati sud-occidentali. Il quadro era sovraffollato, in quel momento. Una dozzina di messaggi luminosi lampeggiarono contemporaneamente.

Falkner si mise in contatto con Topeka ed osservò il volto del suo comandante, il generale Weyerland, prendere forma sul piccolo schermo a colori.

Weyerland, come lo stesso Falkner, era un relitto cosmico, un uomo spazzato via dal programma spaziale, e trasferito in quel vicolo cieco che era il SOA. Almeno Weyerland aveva quattro stelle sulla spalla, però, a titolo di consolazione. Considerando che era stato personalmente responsabile della morte di due astronauti nel corso di un esperimento spaziale, Weyerland doveva ritenersi fin troppo fortunato ad avere ancora un lavoro, perfino con il SOA, immaginò Falkner. Ma continuava a conservare una buona facciata. Weyerland si comportava sempre come se la faccenda dei dischi volanti avesse per lui un’importanza particolare.

— Com’è questa storia, Tom? — domandò il generale.

— Non c’è molto da dire, fino ad ora, signore. Una scia di luce nel cielo, un mucchio di cittadini sconvolti, ed ora un controllo standard. Siamo partiti da qui con sei cingolati, ed un paio li abbiamo spediti a nord di Santa Fe. Inoltre ci sono i consueti dispositivi per la rilevazione di metalli. Normale routine, come tutti quegli avvistamenti.

— Non ne sono sicuro — replicò Weyerland.

— Signore?

— Washington mi ha chiamato due volte al telefono. Intendo dire il grand’uomo in persona, anche lui. È fuori di sé. Lo sa che quella scia di luce è stata vista per migliaia di chilometri quadrati? L’hanno captata in California; sono quasi impazziti da quelle parti.

— California — ripeté Falkner, facendo sembrare quella parola indicibilmente oscena.

— Sì, lo so. Ma il pubblico è in allarme. Stanno facendo pressioni sulla Casa Bianca, e la Casa Bianca sta facendo pressione su di noi.

— C’è già Uno-zero-sette in corso, no?

— Su tutti i canali — rispose Weyerland. «107» era il termine in codice che indicava un annuncio in sordina con il quale si spiegava alla gente che quel misterioso oggetto era semplicemente un fenomeno naturale, e che non c’era nulla di cui preoccuparsi. — Ma ne abbiamo trasmessi così tanti, di «107», Tom, che nessuno ci crede più. Noi diciamo «meteora» e tutti traducono «disco volante». Sta arrivando il giorno in cui dovremo cominciare a raccontare la verità.

Quale verità? avrebbe voluto chiedere Falkner, ma non lo fece.

Invece disse: — Dica al presidente che faremo rapporto non appena avremo qualcosa di concreto fra le mani.

— Mi chiami ogni ora — ordinò Weyerland. — Che abbia o no qualcosa di concreto.

Il generale interruppe la comunicazione. Falkner cominciò subito a mettersi in contatto con gli altri. Su quattro canali raccoglieva dati dalle reti di intercettazione collocate lungo tutto il sistema difensivo periferico. Certo, tutte avevano registrato la presenza di un grosso oggetto proveniente dal Polo ad una quota di trentamila metri, che poi aveva ulteriormente preso quota sopra il Manitoba, ed infine si era disintegrato del tutto nel cielo del Nuovo Messico centrale. Be’, d’accordo, c’era stato qualcosa, quella sera. Ma poteva esserci una spiegazione razionale, così come una fantastica, per l’episodio. Si era trattato di una pesante massa ferrosa che era penetrata nella nostra atmosfera e si era arroventata prima di disintegrarsi. Perché fantasticare su astronavi galattiche quando le meteore erano tanto comuni?

Il cingolato di Falkner procedeva in linea retta senza esitazioni, puntando adesso a nord ovest, al di là di Albuquerque, approssimativamente verso la Foresta Nazionale di Cibola. Sulla sua sinistra il colonnello poteva scorgere i fari lontani delle automobili che sfrecciavano sulla Superstrada 40. Si stava avvicinando al Rio Puerco — poco più che un rigagnolo, ora, dopo un autunno senza piogge. Le stelle sembravano straordinariamente vivide, quasi taglienti. Era una notte ideale per la neve, ma sapeva che non sarebbe nevicato. Di malumore, continuò a tormentare il pannello dei comandi davanti a lui, ripetendo quasi a memoria i gesti abituali del suo lavoro.

Il pubblico era preoccupato. Il pubblico! Bastava che un elicottero passasse ronzando sopra le loro teste, ed un milione di persone si precipitava a telefonare alla polizia, asserendo di aver visto un disco volante. Il piccolo spettacolo celeste di quella sera, pensò con rincrescimento Falkner, aveva probabilmente portato una discreta fortuna nelle casse della società telefonica degli Stati delle Montagne, la Tel Tel. Linee sovraccariche tutta la sera. Quella storia doveva essere solo una trovata pubblicitaria orchestrata dalla compagnia. Senza dubbio.

Una delle cose che infastidivano Falkner a proposito delle storie di dischi volanti era la linea ascendente del grafico degli avvistamenti riferiti. Gli avvistamenti sembravano fluttuare in relazione alla temperatura degli eventi internazionali: i primi si erano verificati subito dopo la seconda guerra mondiale, nel nuovo clima di tensione atomica provocato dalla rivalità russo-americana; poi c’era stato un periodo di calma negli anni di Eisenhower, subito seguito da una nuova impennata verso il 1960. Quindi, dopo l’assassinio di Kennedy, i dischi erano tornati a farsi vedere un po’ dappertutto, rivelando una costante tendenza ascendente fino al 1966 o giù di lì, soprattutto in coincidenza con i momenti di maggior tensione dei rapporti con la Cina.

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