Gli osservatori | Страница 23 | Онлайн-библиотека


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Falkner la guardò con insistenza; era la prima volta che si soffermava a vederla da vicino. In macchina, seduti l’uno accanto all’altra, non era riuscito ad osservarla bene. Adesso la esaminò senza esitazione. Kathryn era alta e snella, non più giovanissima ma sempre molto più giovane di lui, e dotata di quel tipo di fisico che non avrebbe cominciato a mostrare alcun segno di invecchiamento prima di altri quindici o vent’anni. Non si poteva definire bella, con quegli zigomi sporgenti e quelle labbra sottili e la bocca troppo larga, ma nessuno avrebbe potuto trovarla poco attraente. In quel momento i suoi occhi erano segnati da borse scure. Sembrava che negli ultimi tempi non avesse dormito molto. Neanche lui. Neanche lui.

— Naturalmente — le disse — non potremo raccontare ad anima viva la nostra esperienza.

— No. Non vogliamo che ci prendano per dei visionari, vero?

Falkner ridacchiò. — Potremmo sempre fondare un nuovo culto. Frederic Storm ne potrebbe trarre qualche vantaggio. Edificheremo un tempio, e predicheremo il vangelo degli osservatori, e…

— Tom, no.

— Sto scherzando. Le andrebbe qualcosa da bere?

— Credo di sì.

— Ho una scorta piuttosto limitata. Scotch sintetico, del bourbon e…

— Quello che vuole — disse Kathryn. — Non mi interessa molto il gusto del liquore. Una bomboletta andrà benissimo.

— Non è certo un modo elegante di bere.

— Io non sono certo una persona elegante — ribatté Kathryn.

Lui sorrise e le offrì un vassoio di bombolette. Kathryn ne prese una e, per educazione, lo stesso fece Falkner, ed in silenzio applicarono entrambi i beccucci alle loro braccia. Dopo, egli disse: — Suo marito era nell’Aeronautica, mi ha detto?

— Proprio così. Theodore Mason. È rimasto ucciso in Siria.

— Mi dispiace. Non lo conoscevo. Era di stanza a Kirtland?

— Finché non lo hanno spedito oltremare.

— È una grossa base — disse l’uomo. — Mi sarebbe piaciuto conoscerlo, però.

— Perché dice questo?

Falkner si sentì avvampare le guance. — Non lo so. Solo perché… be’, perché era suo marito, ed io… sarebbe stato bello… se… oh, al diavolo. Sembro proprio un bambino impacciato, vero? Un ragazzo troppo cresciuto di quarantatré anni. Un altro goccio?

— Non ancora.

Non ne riprese nemmeno lui. Kathryn tirò fuori una fotografia di sua figlia. La mano di Falkner tremava un po’, quando prese da lei la grossa immagine tridimensionale, e vide una bambinetta nuda di due o tre anni che gli sorrideva su uno sfondo di verde.

— Una bella impertinente, eh? — esclamò lui.

— Sto cercando di insegnarle un po’ di pudore. Forse tra una quindicina d’anni ci riuscirò.

— Quanti anni ha?

— Tre.

— Meglio che glielo insegni prima — affermò Falkner.

La conversazione languì. Lui si stava sforzando di non parlare del popolo delle stelle, e così faceva lei, anche se era proprio quello che li aveva fatti conoscere. Ma non era possibile ignorare troppo a lungo quell’argomento.

Alla fine Falkner disse: — Immagino che a questo punto avranno raggiunto la loro base di soccorso. Si staranno sottoponendo alle cure dei loro medici. Crede che stiano parlando di noi?

— Ne sono sicura — rispose Kathryn. — Dev’essere così.

— Descrivendosi l’un l’altro le scimmie pelose ma di buon cuore che si sono prese cura di loro.

— Lei è ingiusto. Hanno tutt’altra opinione di noi.

— Davvero? Ma per loro noi non siamo delle scimmie? Scimmie pericolose, con delle grosse bombe?

— Forse come razza, lo siamo. Ma non come individui. Io non so nulla di lei e di Glair, ma sento che Vorneen mi ha rispettato come persona. Che è stato forse indulgente con me, in quanto essere umano, ma che non mi ha mai guardato dall’alto in basso, e nel suo intimo non si è mai preso gioco di me.

— Anche tra me e Glair è stato così. Ritiro quello che ho detto.

— Sono esseri davvero particolari — disse Kathryn. — Io credo che, qualunque cosa io o lei abbiamo provato per loro, sia stata ricambiata. Sono così caldi… così gentili…

— Mi chiedo come siano i Kranazoi — disse di colpo Falkner.

— Chi?

— L’altra razza. I rivali galattici. Vorneen non le ha parlato della situazione politica, della guerra fredda che è in corso lassù?

— Oh, sì.

— È strano, Kathryn. Noi non sappiamo nemmeno se i Dirnani sono i buoni o i cattivi. I due che abbiamo conosciuto erano buoni, ma se invece fosse più giusto stare dalla parte dei Kranazoi? Abbiamo avuto solo una fuggevole immagine della situazione. Ecco perché ho detto che siamo delle scimmie. Lassù è in corso una guerra, e noi ne abbiamo solo una pallidissima cognizione, ma non sappiamo realmente come stanno le cose. Il cielo è pieno di navi Dirnane e di navi Kranazoi che ci osservano, tramano sulle nostre teste, e cercano di sopraffarsi tra loro. — Falkner si strinse nelle spalle. — Solo a pensarci mi vengono le vertigini.

— Vorneen ha detto che un giorno il loro accordo avrà fine e che si metteranno in contatto diretto con noi.

— L’ha detto anche Glair.

Fra quanto tempo pensa che accadrà?

— Cinquant’anni, forse. O cento. O mille. Non lo so.

— Spero che sia presto.

— Perché, Kathryn?

— Perché allora Vorneen tornerà… Vorneen e Glair, tutti e due, e noi li rivedremo.

Falkner scosse tristemente la testa. — È un’illusione pericolosa da coltivare, Kathryn. Non ritorneranno. Anche se gli accordi fossero annullati la settimana prossima, lei non rivedrà mai più Vorneen. Ed io non rivedrò mai più Glair. Ci può giurare. La rottura è definitiva. E così dev’essere. Non c’è nessun futuro per una storia d’amore fra gente di mondi differenti. Faranno in modo che non ci si incontri mai più. C’è una ferita, quando l’amore si spezza in questo modo, ed essi vogliono che questa ferita si rimargini, e non si riapra mai più.

— Crede davvero che sarebbe stato impossibile?

— Senta — disse Falkner. — È già abbastanza difficile tenere in vita l’amore fra due esseri umani. Dividere la propria vita con un’altra persona è sempre una faccenda seria. Se poi l’altra persona non è nemmeno…

— Io non credo che sia così difficile innamorarsi — lo interruppe Kathryn. — O restare innamorati. E se l’altra persona è un Dirnano, be’, può darsi che sia più duro, ma… — Fece una pausa. — D’accordo. Mi sto comportando da sciocca. Se ne sono andati. Ognuno di noi ha vissuto un’esperienza strana e magnifica, ed ora dobbiamo raccogliere i frammenti delle nostre vite.

Falkner sentì che lei gli aveva offerto un pretesto. Ma non riuscì a raccoglierlo, non ora, non così presto. Col tempo, si rese conto, lui e Kathryn avrebbero potuto aiutarsi l’un l’altra a rimettere insieme quei frammenti. Ma per il momento doveva muoversi con molta prudenza, imparando a conoscere Kathryn, e magari imparando anche a conoscere se stesso, prima di avere nuovamente il coraggio di offrirsi a qualcuno. Malgrado le parole della donna, Falkner era ancora convinto che vivere la propria vita insieme ad un’altra persona non fosse affatto facile.

— Si è fatto buio — disse lei. — Sarà meglio che vada. Jill farà un sacco di storie se non mi vede.

— L’accompagno io.

Fuori di casa si potevano vedere le stelle, anche se la luna nascente e le luci della città di Albuquerque facevano loro una concorrenza spietata, nel cielo. Involontariamente, sollevarono entrambi lo sguardo. Falkner intuì i pensieri di Kathryn. I loro occhi si incontrarono; lui sorrise, lei sorrise, e poi tutti e due scoppiarono a ridere.

— Non è che ce la stiamo cavando molto bene, nel dimenticarli, vero? — esclamò Kathryn.

— Ancora no. E non li dimenticheremo mai davvero. Per poche settimane della nostra vita le stelle sono scese fino a noi. E questa non è una cosa che si possa dimenticare. Ma bisogna pur sopravvivere. Le stelle se ne sono andate, ormai, e noi restiamo qui.

Salirono a bordo della sua macchina.

— Mi è piaciuto, oggi pomeriggio — disse Kathryn.

— Anche a me. Lo rifaremo.

— Presto.

— Molto presto — le disse Falkner. Avrebbe voluto dirle altre cose, molte altre. E col tempo le avrebbe dette. Non era tipo da aprirsi subito con gli estranei. Ebbe tuttavia il sospetto che lui e Kathryn avrebbero ben presto cessato di essere degli estranei. Troppe cose li univano. La conoscenza comune di una pelle fredda e vellutata, di politica galattica, di gambe fratturate e di addii improvvisi. E ciò li attirava, isolandoli nel contempo dagli altri quattro miliardi di abitanti del pianeta.

Avvertì una sensazione dentro di lui, come di una molla raggomitolata che incominciava a liberarsi dopo troppi anni di pressione. Sorridendo, avviò la macchina con un colpo del piede e la mise in movimento. Anche Kathryn sorrideva. Sopra il parabrezza c’era la volta arcuata del cielo. Glair e Vorneen erano lassù, chissà dove.

Augurò loro un tranquillo ritorno a casa.

CAPITOLO VENTIDUESIMO

Ormai il villaggio era tranquillo. Le celebrazioni della Società del Fuoco erano terminate; i bianchi erano tornati ad Albuquerque ed a Santa Fe. La piazza del villaggio era illuminata da lunghe chiazze di raggi lunari. In casa Estancia il televisore era acceso. Ramon e Lupe vi erano seduti davanti come ipnotizzati, e così anche la loro nonna. Lo zio George era fuori ad ubriacarsi. Il padre di Charley Estancia si trovava nel kiva a giocare con i suoi amici. Rosita se ne stava in cucina, imbronciata, perché quella sera non aveva nessun uomo sottomano. Charley sapeva il perché, ma non glielo aveva detto. Marty Moquino aveva lasciato il villaggio. In effetti nessuno lo aveva più visto a San Miguel da quella sera non molto lontana in cui Charley lo aveva spaventato a morte con il suo laser Dirnano. Si diceva che fosse tornato di nuovo a Los Angeles. Charley dubitava che avrebbe mai fatto ritorno, stavolta. Non dopo essersela data a gambe come un vigliacco davanti ad un ragazzo di undici anni.

In piedi fuori di casa, intento a fissare il bagliore bluastro dello schermo, Charley fu scosso da un leggero brivido. L’inverno si stava appressando al Rio Grande. Quel pomeriggio era caduto qualche fiocco di neve; forse ne sarebbe venuta giù un bel po’, per Natale. Charley non si preoccupava del freddo. Sotto la giacca lacera aveva due cose che gli procuravano calore: una lettera scritta con una calligrafia zoppicante sopra un pezzetto quadrato di plastica rilucente, ed un piccolo tubo di metallo che era in grado di emettere un incredibile raggio di luce.

Attraversò la piazza, senza alcuna meta in particolare, seguito al piccolo trotto dal suo cane.

Quella sera la luna era assai brillante. Poteva vedere le stelle, però, senza troppa difficoltà. Ecco le tre stelle luminose della costellazione di Orione. Ecco la stella di Mirtin. Charley si sentì meglio solo ad averla riconosciuta lassù.

Fra due anni, si disse, andrò al liceo. Che lo vogliano o no, ci andrò. Se mi diranno di no, scapperò di casa, e quando la polizia mi prenderà gli spiegherò il perché. Posso dirlo anche ai giornali. Dirò, eccomi qui, un ragazzo indiano dotato di intelligenza che vuole migliorare la sua vita, e che i genitori non vogliono mandare al liceo. Allora tutti mi faranno i complimenti. Mi aiuteranno ad andar via, e mi faranno frequentare la scuola. Potrò imparare… conoscere i razzi, le stelle, lo spazio. Ogni cosa.

Ed un giorno verrò nello spazio a trovarti, Mirtin! Proprio nel tuo sistema solare! Non mi hai forse detto che ben presto noi saremmo arrivati fin là? E che ci sarei stato anch’io?

Gironzolò per il villaggio, attraverso la piazza deserta ed al di là del vecchio kiva, lungo la spianata coperta di arbusti, oltre la sottostazione elettrica. Non si recò fino alla caverna di Mirtin, poiché sapeva che l’avrebbe trovata vuota. Ci era già andato parecchie volte, tanto per dare un’occhiata, ma non c’era alcun bisogno di ripetere quel pellegrinaggio proprio quella sera così fredda. Si fermò sul ciglio dell’arroyo, pensando al liceo ed a tutto ciò che avrebbe imparato, e pensando anche a quel che avrebbe significato per lui andarsene dal villaggio e dalle sue strade sonnacchiose, e vivere nel mondo degli uomini bianchi, dove chiunque avesse una mente sveglia poteva apprendere tante cose nuove.

Charley sollevò gli occhi al cielo.

— Ehi, Dirnani! — gridò. — Siete lassù, stasera? Potete vedermi? Ehi, sono io, Charley Estancoa! Sono quello che ha portato le tortillas a Mirtin!

Quanto volavano alti, i dischi volanti? Forse uno di essi, proprio in quel momento, stava roteando sopra la sua testa, a quindici chilometri di quota? Avevano delle macchine che potevano captare le voci dalla Terra?

— Potete sentirmi? — gridò ancora. — Sono io! Suvvia, volate più bassi, fatevi vedere! So tutto di voi!

Non successe nulla. In un certo senso, non si era aspettato che succedesse qualcosa, ma sapeva che erano lassù… e che osservavano.

Prese il laser dal suo nascondiglio e lo accarezzò. Lo regolò sul minimo e toccò la levetta, osservando poi il raggio luminoso che fuoriusciva dal tubo e tagliava di netto il ramo secco più basso di un albero. Era un oggetto incredibile, un giocattolo straordinario. Charley si ripromise di scoprire un giorno in che modo funzionava.

Lo rimise via.

Poi, con voce tranquilla, disse: — Statemi a sentire, io so che siete lassù. Fatemi solo un favore. Dite a Mirtin da parte mia che spero si rimetta presto. E ditegli grazie per aver parlato con me. Grazie per avermi insegnato tante cose. È tutto. Ringraziate Mirtin per me, eh?

Attese. Dopo un attimo, visto che non succedeva nulla, cominciò a dirigersi verso il villaggio. Si fermò, prese un sasso e lo lanciò nell’arroyo. Il suo cane abbaiò e fece grandi balzi, come se volesse addentare le stelle. Un’improvvisa raffica di vento spazzò ululando il pianoro.

Poi Charley vide una scia brillante sopra di lui… una linea vacillante di luce che sembrava sgorgare proprio dalla sommità del cielo e che discese verso il basso lentamente, perdendosi poi vicino all’orizzonte. Il suo polso aumentò il battito, e lui si mise a ridere. Stavolta non era stata una nave Dirnana, ma solo una normalissima stella cadente, tutto lì. Conosceva bene la differenza. Quello non era nulla di speciale, solo un pezzo di roccia e di metallo che si era incendiato a contatto con l’atmosfera.

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