Gli osservatori | Страница 21 | Онлайн-библиотека


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Ma quel Falkner…

Viveva da solo in una casa spaziosa. Una cosa sospetta. Niente moglie; avevano divorziato l’anno prima, gli aveva detto un vicino. Teneva le finestre sempre opacizzate. Un’altra cosa sospetta. Usciva di rado, e solo per quelle che apparivano come brevissime sortite per fare la spesa. Una chiamata telefonica all’ufficio di Falkner lo informò del fatto che il colonnello era malato e che sarebbe stato via per un periodo indefinito. Forse perché aveva in casa un ospite particolare?

Bridger osservò per cinque giorni. Non poteva sapere che cosa succedesse là dentro, ma era convinto che Falkner avesse fornito asilo ad uno dei Dirnani scomparsi. Alla fine le finestre si schiarirono per un attimo, e Bridger vide un volto femminile. Naturalmente non poteva affermare con certezza che si trattasse di una Dirnana, ma ciò valse a confermare i suoi sospetti. Ora, doveva solo attendere che Falkner lasciasse di nuovo la casa, e penetrarvi. Non si aspettava che la Dirnana rispondesse ad uno sconosciuto che suonava il campanello della porta, ma aveva con sé l’attrezzatura per affrontare qualsiasi dispositivo di chiusura. Una volta dentro, avrebbe affrontato la Dirnana, le avrebbe rivolto a bruciapelo poche ed azzeccate parole, ed avrebbe osservato le sue reazioni. A meno che avesse preso un abbaglio clamoroso, l’avrebbe colta di sorpresa, e lei si sarebbe tradita; poi, non avrebbe dovuto far altro che prenderla in custodia sotto l’accusa di violazione degli accordi. Ed infine…

La porta si stava aprendo.

Il colonnello Falkner stava uscendo di casa.

Stavolta non sembrava semplicemente intenzionato a fare un po’ di spesa, però. Invece degli abiti civili indossava la sua uniforme, come se avesse terminato il periodo di licenza per malattia e stesse ritornando in ufficio. Bene, pensò Bridger. Ciò mi darà tutto il tempo di cui ho bisogno. Seguì con lo sguardo il colonnello che si allontanava. Poi, infilandosi in tasca l’attrezzatura che riteneva necessaria, Bridger fece uscire il suo grosso corpo dalla macchina e cominciò ad attraversare la strada per recarsi alla casa di Falkner.

— David! — esclamò una acuta voce femminile. — David Bridger!

Il Kranazoi si voltò, stupefatto. Quell’interruzione della sua concentrazione gli procurò un incontrollabile spasmo al sistema nervoso. Una ragazza stava correndo verso di lui… Leenore, così si chiamava, quella stupida adolescente che lo aveva agganciato al motel. Non avrebbe avuto alcuna intenzione di andarsi a cacciare in una relazione del genere, ma lei era lì, desiderosa, e lui era appena uscito dalla sua inutile visita a quell’assurdo Culto del Contatto, e sul momento lo aveva divertito vedere che cosa significava fare l’amore con una ragazza terrestre. L’aveva posseduta e dimenticata subito dopo. Che diavolo ci faceva lì, e perché era spuntata fuori proprio nel momento meno opportuno?

Ansimando, con i seni che ballonzolavano sotto il golfino, la ragazza lo raggiunse, tutta sorrisi. — Salve, David! Non sembri contento di vedermi!

— Leenore? Come mai… che cosa…?

— Io abito proprio qui vicino. Ti ho visto uscire dalla macchina, e ti ho riconosciuto subito. Sei venuto a trovarmi? Com’è carino da parte tua!

— Veramente, io… io…

— Sì, David?

— Senti, io sono qui per vedere qualcun altro, Leenore. Non sapevo che tu abitassi qui. Io… io ti verrò a trovare un’altra volta.

Lei gli fece il broncio. — Chi stai andando a trovare?

— Ha importanza?

— È solo una curiosità. Forse è qualcuno che conosco.

— Non lo conosci, te lo assicuro. Io…

Bridger non finì la frase. Qualcosa di piccolo e freddo era premuto contro la carne della sua schiena. Una bassa voce maschile disse: — Entra nella macchina, Kranazoi, e non fare sciocchezze. Questa è una granata anti uomo, e se opponi resistenza la userò su di te all’istante.

David Bridger — Bar-48-Codon-adf — ebbe l’impressione che il marciapiede sotto i suoi piedi si trasformasse in un baratro pronto ad inghiottirlo.

— No — disse. — State commettendo un errore. Io non sono Krana… chiunque sia quella persona. Io sono David Bridger di San Francisco, e…

La voce maschile lo interruppe. — Possiamo sentire la puzza di voi miserabili Kranazoi ad un isolato di distanza, perciò risparmia il fiato. Ti abbiamo preso, cerca di rendertene conto. E adesso, dentro la macchina.

— Questo è un sopruso — protestò con voce roca Bar-48-Codon-adf. — Io sto semplicemente indagando su una violazione degli accordi. Tre Dirnani sono scesi illegalmente sulla Terra, ed è evidente che ce n’erano ancora degli altri. Vi bruceranno il cervello per questo! Voi…

— Dentro la macchina. Dieci secondi, poi attiverò la granata su di te. Uno. Due. Tre. Quattro…

Bar-48-Codon-adf entrò nella macchina. Non nella sua, ma in un’altra che non aveva nemmeno notato, e che aveva risalito piano piano la strada mentre lui era intento ad osservare la casa di Falkner. Per la prima volta vide colui che lo aveva catturato: un terrestre grande e grosso che chiaramente non era affatto un terrestre. Si era seduto accanto a Bar-48-Codon-adf, tenendo in mano la granata senza stringerla, ma con i sensi all’erta. La ragazza che conosceva come Leenore era nel sedile anteriore. Aveva ancora l’aria giovanile ed innocente, ma Bar-48-Codon-adf si rese conto che anche lei doveva essere un’agente Dirnana, e che lo aveva deliberatamente agganciato per potersi accertare della sua identità. Il pianeta doveva brulicare di Dirnani! Se avesse avuto la possibilità di redigere un rapporto, avrebbe fatto sapere alle autorità Kranazoi che i Dirnani agivano in flagrante violazione degli accordi. Ma sospettò tristemente che non avrebbe mai avuto un’opportunità del genere.

C’era una terza persona nella macchina… una donna più anziana. Bar-48-Codon-adf la seguì sgomento con lo sguardo mentre usciva, attraversava la strada e suonava il campanello della porta di casa di Falkner. Era riuscito a scovare uno dei Dirnani perduti, certo, ma soltanto per consegnarlo, involontariamente, alla sua dannatissima razza.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO

Glair ascoltò con preoccupazione il trillo melodioso del campanello. Chi poteva essere? Non certo Tom che tornava; Tom si sarebbe servito dell’impronta del pollice per aprire la porta. Un venditore ambulante? Un intervistatore? Un poliziotto? Si sentì gelare. Era in camera da letto, e si esercitava a camminare. Tom le aveva detto di non aprire la porta a nessuno. Il campanello suonò di nuovo, e Glair si diresse faticosamente verso l’analizzatore, e lo accese.

Davanti alla porta c’era una donna terrestre di mezza età. La prima reazione di Glair fu quella di spegnere l’analizzatore e di aspettare che la donna se ne andasse. Poi i lineamenti paffuti e gradevoli del volto della visitatrice emersero dai banchi memoria di Glair.

Thuw? Che ci faceva Thuw là fuori?

Thuw apparteneva al gruppo sessuale Sartak-Thuw-Leenor. Glair aveva avuto occasione di conoscerli alcuni anni prima, quando si erano ritrovati tutti insieme su Ganimede nel corso dell’ultimo periodo di riposo. In effetti, lei e Sartak e…

Ma il piccolo schermo grigio dell’analizzatore visuale della porta, del diametro di nemmeno otto centimetri, poteva ingannarla. Glair osservò con attenzione quell’immagine indistinta. Se si era sbagliata, avrebbe corso dei gravi rischi.

— Chi è? — domandò.

— Glair? — rispose una voce calda. — Puoi aprire. Ti abbiamo ritrovata, Glair.

La voce aveva parlato in Dirnano.

— Vengo, Thuw! Arrivo subito!

Glair si diresse zoppicando verso la porta, disattivò il congegno di bloccaggio ed attese, trepida e gioiosa, mentre la porta si apriva con esasperante lentezza. Un istante più tardi era fra le braccia di Thuw, ed il dolce profumo della sua gente le riempì le narici, e lei si mise a tremare per la felicità e per il sollievo, ed anche per la tristezza.

Thuw entrò in casa. Glair richiuse la porta e la bloccò.

— Abbiamo una macchina qui fuori — disse Thuw. — Sartak e Leenor stanno aspettando.

— Come avete fatto a trovarmi?

— Non è stato facile — rispose Thuw, poi si mise a ridere. — In realtà ci siamo limitati a mettere una grassa spia Kranazoi sulle tue tracce, e poi a seguirlo. È stata un’idea di Leenor. Una trovata, non è vero?

— Una… spia Kranazoi…?

— È qua fuori anche lui, nella macchina. Sartak lo tiene sotto la minaccia di una granata. Dev’essere sceso sulla Terra per scovare voi tre, ed è riuscito a raccogliere voci su un certo ufficiale del SOA che aveva trovato qualcosa nel deserto. È giunto fino a te, in questa casa. Noi lo abbiamo seguito e lo abbiamo preso in custodia.

Glair trattenne il respiro. — Dunque è così facile scoprire… di me e di Tom?

— Tom?

— L’uomo del SOA.

Thuw si strinse nelle spalle. — Con un po’ di impegno è possibile scoprire qualsiasi cosa. Ma quello che conta, ora, è che ti abbiamo localizzato, e che tra un po’ sarai al sicuro su Ganimede. Ti sei ferita gravemente nell’atterraggio?

— Mi sono fratturata tutte e due le gambe. Tom si è preso buona cura di me. Come vedi, questi corpi guariscono presto.

— Be’, alla base troverai un’assistenza vera e propria. — Thuw si guardò intorno. — Dov’è la tua tuta?

— È nascosta — rispose Glair. — Vado a prenderla. È in buone condizioni, a parte il comunicatore che si è rotto nell’impatto.

— Ce ne siamo accorti — ribatté Thuw. — Be’, vai a prenderla, ed io la porterò alla macchina. E mettiti addosso qualche vestito, in modo che possiamo andare in giro per le strade senza che ti arrestino. Ti condurremo al punto d’incontro nel deserto, e tra un’oretta sarai diretta verso…

— No — la interruppe Glair.

— No? Io non…

— Devo aspettare che Tom ritorni a casa — disse lei. — Siediti. Parlami un po’, Thuw. Non c’è fretta di andarsene, no? Non mi hai detto nulla di Mirtin e Vorneen. Sono vivi? Sai dove si trovano?

— Mirtin è già su Ganimede — rispose Thuw.

Glair fremette per il sollievo. — Oh, magnifico! Non è rimasto ferito, allora?

— Si è spezzato la schiena. Ma si sta riprendendo bene. Un altro gruppo di ricerca lo ha individuato un paio di settimane fa’. Il suo comunicatore funzionava ancora, solo che il segnale giungeva distorto, ed una squadra che era all’opera a sud di Santa Fe lo ha trovato dentro una caverna, in mezzo al deserto, non lontano da un villaggio indiano. Gli ho parlato. Ti manda i suoi migliori saluti, Glair.

— E Vorneen?

— Lo abbiamo localizzato noi. Si trova proprio in questa città, anzi alla periferia. Abita verso nord, nella casa di una donna chiamata Kathryn Mason.

Glair rise. — Buon vecchio Vorneen. Riesce sempre a trovarsi una donna, su qualsiasi mondo! Vi siete messi in contatto con lui?

— Non ancora. Però abbiamo dato un’occhiata in casa. Zoppica, ma sembra in buona salute. E così voi tre ve la siete cavata da questa brutta avventura senza alcun vero danno. Adesso potrete rilassarvi un po’.

— Sì — mormorò Glair. — Potremo rilassarci. Come avete fatto a trovare Vorneen?

— Attraverso il Culto del Contatto di questa cittadina, a dire la verità.

— Davvero? Intendi dire che la donna con cui vive è membro del gruppo, ed ha raccontato tutto?

— Pare invece che lei non abbia detto nulla — replicò Thuw. — Non ne siamo certi. Noi abbiamo controllato l’elenco dei visitatori, partendo dal presupposto che chiunque avesse trovato uno straniero proveniente da un altro mondo si sarebbe recato lì per averne informazioni. Abbiamo messo sotto controllo il loro calcolatore, ricavando una lista di tutti coloro che erano stati in quell’ufficio dalla notte del disastro, e li abbiamo controllati uno per uno. Kathryn Mason era circa la centesima persona che abbiamo sorvegliato. I vicini hanno detto che si comportava in maniera strana. Un paio di loro, più pettegoli degli altri, ci hanno riferito che viveva con un uomo. Ieri sera abbiamo collocato una videospia alla finestra, ed abbiamo visto Vorneen. Adesso possiamo andare a prenderlo e…

— E quella donna? — domandò Glair. — Che cosa sapete su di lei?

— È una giovane vedova con una bambina piccola.

— Tutto qui? Com’è? Perché ha dato rifugio a Vorneen?

— Non abbiamo avuto alcun contatto con lei — rispose Thuw con voce inespressiva. Poi guardò l’orologio. — Quando tornerà questo tuo terrestre, a proposito?

— Non prima delle quattro del pomeriggio.

— Ma allora…

— Lo so. Manca molto tempo. Io posso aspettare. Portatevi via il vostro Kranazoi e fate con lui tutto quello che dovete fare, poi tornate da me dopo le quattro. Non posso andarmene senza aver salutato Tom.

Thuw le rivolse uno sguardo indagatore. — È gratitudine, Glair, o c’è qualcos’altro?

— Qualcos’altro. Qualcosa di più profondo. Mi è molto caro.

— Ti sei innamorata di un terrestre, Glair?

— Thuw, fai la brava e non rivolgermi domande, d’accordo? Devi solo andare via e ritornare più tardi. Vieni alle cinque, ed allora io sarò pronta per partire.

— Molto bene. Intanto andremo a prendere Vorneen.

— Non fate neanche quello — disse Glair.

Thuw sembrò infastidita. — Perché no?

— Voglio essere io a prendere Vorneen. È il mio compagno, ricordi? Lo reclamo. E voglio anche parlare con la donna che ha vissuto insieme a lui. Limitatevi a tenervi alla larga da noi due, e ritornate più tardi.

— Davvero, Glair…

Glair la prese per un braccio e la sospinse gentilmente verso la porta. — Tesoro, è stato magnifico che tu e Sartak e Leenor siate riusciti a trovarci. Ma ci sono certe cose che dobbiamo sbrigare da soli. Ti prego: vai via e ritorna più tardi.

Thuw sembrava seccata da tutta quella faccenda. Ma se ne andò. Non appena fu uscita, Glair richiuse la porta e si lasciò cadere sul divano, tremando per la tensione.

Dunque era successo. L’avevano trovata. Del resto era inevitabile. E tra non molto lei sarebbe stata in un ospedale su Ganimede, dove l’avrebbero liberata dagli effetti postumi del suo naufragio sulla Terra. Bene.

Mirtin e Vorneen erano vivi. Splendido.

Ed ora… tutto ciò che le rimaneva da fare era dire addio a Tom…

Sarebbe stato penoso. Gli addii sono sempre penosi. Ma lui aveva già incominciato ad abituarsi all’idea che Glair doveva lasciarlo. Ciò che loro avevano costruito, quel ponte tra il terrestre e la Dirnana, era destinato a crollare.

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