Gli osservatori | Страница 16 | Онлайн-библиотека


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La ragazza gli porse il suo sherry. Lui la pagò, e lei si diresse ancheggiando verso il prossimo cliente. Bridger sorseggiò lentamente la sua bevanda.

Poi si mise ad ascoltare. Il suo sistema auditivo era molto sensibile.

— … aumentato il dividendo per quattro anni di fila, ed ho la loro parola che in aprile triplicheranno i profitti…

— … e così l’ha portata nella stanza, capisci, ma quando le ha tolto i vestiti si è accorto che…

— … i Braves non hanno la minima possibilità, se Pasquarelli parteciperà alla Tournee in Giappone…

— … qualsiasi cosa dicano a proposito di quella dannata palla di fuoco, io mi rifiuto di credere che fosse solo…

— … in quella sottodivisione sono rimasti sette lotti, ma tre di loro sono già mezzi venduti a…

— … come si fa a discutere di guadagni di sei bigliettoni per azione?…

— … quarantuno fuori campo con un polso slogato…

— … e allora lei ha detto, dammi cinquanta testoni, o chiamo un poliziotto, e allora lui…

— … disco volante…

— … aumentare gli utili azionari, quelle sì che sono spese extra…

— … sottobanco adesso, ma verranno ammesse alle contrattazioni tra…

— … certo che credo a quella storia! Stammi a sentire, amico, si trovano dappertutto, ora…

— … hanno preso questo giocatore messicano, no, cubano…

— … le ha dato un bel calcio nel sedere…

— … quando la banca interverrà, potremo…

Bridger bevve con cautela un altro sorsetto del suo sherry. Poi scese pesantemente dallo sgabello ed attraversò la sala, facendo del suo meglio per darsi un contegno amichevole e gioviale. Si soffermò un attimo accanto ad un capannello di quattro persone, che non gli fecero molto caso. Una cameriera con le cosce color porpora gli passò vicino. Gli uomini erano giovani, giudicò Bridger, ma non troppo. Quando due di loro alzarono gli occhi verso di lui, l’agente Kranazoi fece un ampio sorriso e disse, con la voce più affabile che gli riuscì di tirar fuori: — Scusatemi l’intrusione, amici, ma non ho potuto fare a meno di sentire i vostri discorsi su quel disco volante…

CAPITOLO TREDICESIMO

Mirtin sapeva che stava violando le regole, per il modo in cui aveva stretto amicizia con il ragazzo indiano. Un Dirnano costretto ad atterrare sulla Terra avrebbe dovuto, in generale, evitare qualsiasi contatto con i terrestri; erano consentite alcune eccezioni per proteggere la propria vita, ma lui aveva abbondantemente oltrepassato i limiti. Tra le cose che non avrebbe dovuto fare c’era il rivelare gli scopi della missione Dirnana, parlare dell’ubicazione e della civiltà di Dirna, o consentire a qualsiasi terrestre di accedere all’attrezzatura in dotazione all’osservatore che era atterrato. Mirtin aveva fatto tutte queste cose.

Eppure non si sentiva molto in colpa. Aveva servito il pianeta madre con efficienza e fedeltà per lungo tempo. Per un periodo che, in base al conteggio usato dalla razza di Charley Estancia, corrispondeva a centinaia di anni, Mirtin aveva rispettato tutte le regole. Adesso che era vecchio gli si poteva consentire qualche piccola distrazione.

Inoltre c’era da considerare Charley. Mirtin vedeva il ragazzo crescere e maturare da una sera all’altra. La materia prima era buona: una mente sveglia e curiosa, una natura assetata di conoscenza e di esperienza. L’ambiente aveva ostacolato Charley collocandolo in un «enclave» dove venivano conservate delle caratteristiche volutamente primitive. Mirtin aveva l’impressione che l’universo dovesse a Charley Estancia qualcosa di un pochino più grande del suo villaggio di fango. Se, come era accaduto, l’universo aveva scelto Mirtin di Dirna come strumento di riscatto del ragazzo, Mirtin non poteva che accettare quel fatto, senza preoccuparsi troppo dei regolamenti di sicurezza. A volte il mero patriottismo doveva cedere il passo di fronte a necessità più elevate.

Charley se ne stava accucciato accanto a lui, e giocherellava con gli strumenti rilucenti che Mirtin gli aveva permesso di estrarre dalla tuta.

— A che serve questo? — domandò il ragazzo.

— Quello è… be’, noi lo usiamo come generatore portatile. Produce elettricità.

— Ma io posso tenerlo in mano. C’è dentro un piccolo magnete, da qualche parte? Come funziona?

— Attinge al campo magnetico del pianeta — spiegò Mirtin. — Tu sai che ogni pianeta è come una grande calamita?

— Già, sì, certo che lo so.

— Questo strumento crea linee di forza che si dirigono in senso contrario al campo magnetico del pianeta. Tu spingi quella leva ed esso attraversa le linee magnetiche, inducendo una corrente. Noi lo chiamiamo il «borsaiolo», Charley, perché sembra rubare energia dall’aria rarefatta. Naturalmente non la ruba, la prende solo in prestito.

— Posso provarlo?

— Fai pure. Ma in che modo?

Il ragazzo indicò la borraccia. — Hai lasciato un po’ d’acqua. Se davvero questo strumento crea corrente, dovrei riuscire a scinderla, no? In idrogeno e ossigeno. Com’è il termine? Elettro… elettri…

— Elettrolisi — concluse Mirtin. — Sì, funzionerà. Ma sii prudente.

— Ci puoi scommettere.

Mirtin mostrò al ragazzo come si estraevano gli elettrodi. Con grande precisione Charley preparò lo strumento per l’uso ed infilò gli elettrodi nell’acqua. Poi attivò il generatore. Entrambi osservarono divertiti la corrente che frantumava le molecole d’acqua secondo le previsioni.

— Ehi, funziona! — esclamò Charley. — Senti, posso aprirlo? Voglio vedere che cosa c’è lì dentro che crea la corrente.

— No — rispose deciso Mirtin.

— Non vuoi proprio? Lo rimetterò a posto subito, così come è adesso. Non farò nessun danno.

— Ti prego, Charley. Non cercare di aprirlo. Tu… tu lo romperesti. È predisposto per bruciarsi nel momento in cui qualcuno toglie il sigillo.

Era una menzogna, e Mirtin non era bravo a raccontare bugie a Charley. Cercò di non incontrare gli occhi neri e scintillanti del ragazzo.

— Così — disse Charley — se un terrestre dovesse casualmente impossessarsene, non riuscirebbe ad aprirlo e ad imparare come funziona per costruirne un altro?

— S… sì.

— Non ce n’è un altro nella mia attrezzatura — rispose Mirtin. — E anche se ci fosse, non te lo farei aprire.

— Forse ne hai un altro? Potrei aprire l’altro e dare almeno un’occhiata prima che si bruci.

— Hai paura che apprenda troppe cose? Che venga a conoscenza di qualcosa che il popolo della Terra non dovrebbe conoscere?

— Già — ammise Mirtin. — Non dovrei nemmeno fartele vedere, queste cose. Sto infrangendo una regola, comportandomi così. Ma proprio non posso permetterti di guardare dentro. Non capisci, Charley, non serve a niente che noi veniamo semplicemente qui, vi diamo questi strumenti e lasciamo che voi li studiate e li imitiate. Ci sono delle cose che un pianeta deve scoprire da solo. Se la scoperta non viene dal di dentro, non serve a nulla. Ho visto delle civiltà andare in rovina per non aver sviluppato una propria tecnologia. Non qui, su altri pianeti. Prendevano a prestito, rubavano… e ciò ha significato la loro distruzione.

— Allora non posso guardare dentro?

— No. Cercare di immaginare che cosa c’è, sì, ma guardare, no.

— Tu non puoi muovere né le braccia né le gambe — disse Charley. — Non potresti fermarmi se lo aprissi.

— Giusto — replicò con calma Mirtin. — Non potrei fermarti affatto. L’unico che potrebbe fermarti saresti tu stesso, Charley.

Tutto ad un tratto nella caverna si era creato un grande silenzio. Charley fece scorrere la mano sull’impugnatura levigata del generatore, e rivolse due o tre occhiate fugaci in direzione di Mirtin. Poi, con riluttanza, posò lo strumento accanto agli altri.

— Vuoi una tortilla?

— Sì, grazie.

Charley scartò il pacchetto e ne tirò fuori un’altra tortilla. Come al solito, la tenne davanti alla bocca di Mirtin mentre il Dirnano, sdraiato sulla schiena, la mangiava a grosse boccate. Ad un certo punto Mirtin diede un morso ma il pezzo di tortilla gli sfuggì e scivolò dal mento verso terra. Automaticamente cercò di sollevare la mano destra per afferrare il pezzetto di tortilla mentre cadeva. Non riuscì ad afferrarlo, ma aveva mosso il braccio.

— Ehi! — esclamò Charley. — Hai sollevato la mano!

— Solo di qualche centimetro.

— Ma l’hai sollevata! Puoi muoverti di nuovo! Quando hai incominciato?

— È successo, poco per volta. Me ne sono accorto ieri. Sto riacquistando l’uso degli arti.

— Ma hai la schiena rotta.

— La colonna vertebrale è quasi guarita. I nervi stanno incominciando a rigenerarsi. È un processo rapido.

— Accidenti se lo è. Ma avevo dimenticato che tu non sei umano. Questo corpo che ti hanno messo addosso è artificiale. Meglio delle ossa umane, eh? La mia schiena si aggiusterebbe se me la rompessi?

— Non certo in questo modo.

— Non lo metto in dubbio. Quanto ci vorrà prima che tu possa camminare di nuovo, Mirtin?

— Ancora un po’. Ieri un paio di dita, oggi l’intera mano… ma ancora ce ne vuole perché possa drizzare il corpo.

— È ugualmente una cosa straordinaria. Tu stai guarendo. — All’improvviso l’umore di Charley mutò. — Quando potrai camminare di nuovo, ritornerai a Dirna, vero?

— Se riescono a recuperarmi. Non posso mettermi a sbattere le ali e decollare, lo sai. Devo attirare l’attenzione di una squadra di soccorso.

— E come farai? Con una segnalazione luminosa, o qualcosa del genere?

— Nella mia tuta c’è un dispositivo comunicatore. Trasmette un segnale che loro dovrebbero riuscire a captare.

Non c’era alcun modo di eludere l’intelligenza e la prontezza di Charley. — Se davvero hai un sistema per chiedere soccorso, come mai non te ne sei ancora servito per far venire qualcuno?

— Ho bisogno della mano per attivare il comunicatore, e la mia mano è paralizzata, giusto? Non sono in grado nemmeno di raggiungerlo.

— Be’, allora… — Charley deglutì, indeciso. — Potrei farlo io per te, no?

— L’hai già fatto — replicò Mirtin.

— Che cosa?

— Mentre esaminavi l’attrezzatura della mia tuta, hai toccato parecchie volte il comunicatore. Quel segnale viene trasmesso da giorni e giorni. Evidentemente il comunicatore non funziona bene, altrimenti mi avrebbero già trovato, a questo punto. Cioè, se mi stanno cercando.

— Non me lo hai detto.

— Tu non me l’hai chiesto.

— Saresti capace di aggiustare il comunicatore, Mirtin?

— Forse. Non lo saprò finché non riavrò l’uso completo del mio corpo.

— Potrei aggiustarlo io per te?

— Se tu ci riuscissi, e venissero a prendermi, tu non mi vedresti mai più. Vuoi che me ne vada via così presto?

— Ehi, no — rispose Charley. — Vorrei che tu rimanessi qui per sempre, che mi parlassi e mi spiegassi tante cose. Ma… ma… tu devi ritornare dalla tua gente. Hai bisogno di un dottore. Ti aggiusterò il comunicatore, Mirtin. Anche se ciò significa che tu te ne andrai.

— Ti ringrazio, Charley, ma non è ancora il momento. Non sono in condizioni tali da sopportare l’accelerazione, comunque. Devo riprendermi ancor più, prima che possano portarmi via. Così avremo altro tempo per parlare. Dopo, magari, potrai aiutarmi ad aggiustare il comunicatore. Va bene?

— Come vuoi tu, Mirtin.

Charley era tornato a guardare gli strumenti. Ne prese un altro, il disgregatore.

— Che cos’è questo?

— Un attrezzo per tagliare e scavare. Emette un raggio luminoso particolarmente potente che brucia qualsiasi cosa entro un certo raggio.

— Come un laser, vuoi dire?

— È un laser — spiegò Mirtin. — Ma molto più potente di qualsiasi laser usato sulla Terra. Con una adeguata apertura può fondere la roccia e tagliare il metallo.

— Dici davvero?

Mirtin rise. — Vuoi provarlo, non è vero? D’accordo, allora. Impugnalo per l’estremità arrotondata. Quella è la leva di comando. Fammi vedere su quale intensità è regolato. Tre metri, va bene. E adesso, puntalo sul pavimento della caverna, ed accertati che i tuoi piedi non siano nel raggio di tiro, poi premi il…

Lo strumento emise un raggio abbagliante, e disintegrò in un attimo un pezzo di terreno largo quindici centimetri e profondo quasi trenta. Charley emise un piccolo grido e spense il disgregatore. Poi lo osservò sbalordito, tenendolo davanti a sé con il braccio proteso.

— Con questo potresti fare qualsiasi cosa! — esclamò.

— Sì, è molto utile.

— Anche… anche uccidere qualcuno!

— Se ne avessi l’intenzione — obbiettò Mirtin. — Sul nostro mondo non ci sono molte uccisioni.

— Ma se fossi costretto a farlo? — insistette Charley. — Voglio dire, lavora bene ed è rapido, e… senti, a me non interessa uccidere nessuno. Perché non mi dici come funziona? Immagino che non potrò aprire nemmeno questo, ma…

Era pieno di domande. Il disgregatore lo aveva eccitato ancor più del generatore, forse perché di quest’ultimo riusciva a comprendere i principi basilari, più o meno, mentre il concetto di disintegrare la materia mediante un sistema ottico era per lui qualcosa di sconcertante. Mirtin fece del suo meglio per spiegarglielo. Si servì di analogie e di immagini, concedendosi anche qualche fantasticheria laddove la tecnologia di quello strumento era al di là della sua stessa comprensione. Charley già conosceva i laser, ma sotto forma di macchinari imponenti che richiedevano un’alimentazione di luce. Ciò che lo lasciava sbalordito, di questo, era per un verso la ridotta grandezza, e per l’altro la sua natura autosufficiente. Da dove proveniva quel raggio luminoso? Quale ne era la fonte? Si trattava di un raggio chimico, o a gas, o che altro?

— Nessuno di questi — rispose Mirtin. — Non funziona in base agli stessi principi dei laser portatili che adesso usa la Terra.

— E allora… che cosa…?

Mirtin rimase in silenzio.

— È qualcosa che noi non dovremmo sapere? Qualcosa che dovremmo scoprire da soli?

— Entro certi limiti, sì.

Charley trasudava curiosità da tutti i pori. Parlarono ancora per un po’; poi Mirtin cominciò ad accusare la stanchezza. Il ragazzo si preparò ad andarsene.

— Ci vediamo domani — promise, e sparì nella notte.

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