Gli osservatori | Страница 15 | Онлайн-библиотека


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— Continua, e bevi qualcosa — gli disse Glair.

— Chi ti dice che ne abbia voglia?

— Non è difficile capirlo. Povero Tom! Mi dispiace tanto per te!

— E così siamo in due.

— Lo so — ribatté lei, rivolgendogli un sorriso.

— Piccolo demonio! Non è leale, approfittarti delle mie debolezze. Che cosa ci posso fare se ho la tendenza ad autocommiserarmi?

— Potresti metterci un po’ più di impegno. Ma vai a versarti un goccio, comunque.

— Ne vuoi anche tu?

— Lo sai che non dovrei toccare l’alcool — replicò Glair. Era seduta sul letto, con le coperte avvolte intorno alla vita. La parte superiore del suo corpo era nascosta dalla giacca di un pigiama maschile. Aveva insistito lui; Glair non aveva vestiti, a parte la fascia lombare e la tuta, ed entrambe erano ben nascoste nella camera di sicurezza della cantina. D’altra parte Falkner si era accorto che, nelle sue attuali condizioni mentali, la nudità di Glair gli creava dei problemi. I suoi seni erano straordinariamente ben modellati — fino ad essere improbabili, a dire la verità — e la loro vista lo riempiva di un desiderio così furioso che le aveva chiesto di coprirli. La tentazione di infilarsi nel letto accanto a lei era già abbastanza pressante, senza bisogno di aggiungere altri stimoli. E poi la sua presenza gli creava da sola parecchi altri grattacapi, e non era proprio il caso di andarsi ad impegolare in situazioni del genere.

Prese dalla cassetta delle bevande una bomboletta di scotch giapponese e la attivò, iniettandosela direttamente in vena; era il modo migliore. Al diavolo il gusto: l’alcool andava a finire subito nella circolazione sanguigna, che era comunque la sua destinazione, e di lì partiva per raggiungere il cervello. Glair lo osservò impassibile. Dopo un po’, gli sembrò di sentirsi più rilassato.

— Non dovrai fare rapporto al tuo ufficio, uno di questi giorni? — gli chiese lei.

— Sono in licenza per motivi di salute. Nessuno mi scoccerà fino a lunedì, il che mi concede ancora qualche giorno per chiarirmi le idee.

— Stai ancora pensando di consegnarmi?

— Dovrei. Ma non posso, e non lo farò.

— Le mie gambe stanno guarendo in fretta — disse lei. — Forse tra un paio di settimane saranno a posto. Allora non dipenderò più da te. Me ne andrò, la mia gente mi porterà via e tu potrai tornare al tuo lavoro.

— Come faranno a trovarti se il comunicatore della tua tuta è rotto?

— Non preoccuparti, Tom. Loro troveranno me o io troverò loro, e in un baleno sarò lontana dalla Terra.

— Diretta dove? A Dirna?

— Probabilmente no. Solo alla nostra base di soccorso per un controllo medico ed un periodo di riposo.

Falkner aggrottò la fronte. — Dove si trova?

— Non te lo dirò, Tom. Ti ho già detto fin troppo.

— Certo — ribatté lui con astioso sarcasmo. — E quando ti avrò strappato tutti i vostri segreti galattici, stilerò un rapporto completo per l’Aeronautica. Credi che ti tenga qui per gioco? Faccio solo finta di tenerti nascosta. In realtà, il SOA sa tutto di te, e questo è il nostro modo ingegnoso di…

— Tom, perché ti detesti tanto?

— Detestare me stesso?

— Si capisce da ogni cosa che dici, dai tuoi gesti, perfino. Sei così pieno di amarezza, di tensione. Il tuo sarcasmo, l’espressione sul tuo volto. Che cosa c’è?

— Pensavo che tu lo sapessi. Io dovevo essere un astronauta, e mi hanno sbattuto fuori, sistemandomi in questo insulso ufficio dove ho passato cinque giorni su sette a consolare i maniaci ed a dare la caccia per tutto il paese a misteriose luci volanti. Non è una buona ragione di amarezza?

— Sì, perché tu non credevi nel tuo lavoro. Ma ora sai che il tuo incarico non era tutto tempo sprecato. C’era veramente qualcosa nel cielo della Terra. Non è meglio così? Non senti adesso che c’era uno scopo, in ciò che facevi?

— No — rispose lui cupamente. — Quello che facevo non valeva un accidente. Ed è tuttora così. — Allungò la mano per prendere una seconda bomboletta. — Glair, Glair, Glair. Io non volevo che fosse vero! Io non volevo trovare una ragazza di un disco volante in mezzo al deserto! Io…

Si interruppe, sentendosi assurdo per quel veemente sfogo verbale.

Glair gli disse, con voce carezzevole: — Preferivi un lavoro inutile e vuoto, perché in tal modo potevi continuare a tormentarti per la tua carriera rovinata. Le cose sono peggiorate parecchio, per te, quando mi hai trovato, non è vero? All’improvviso hai dovuto fare i conti con il fatto che il motivo per auto-torturarti non esisteva più.

— Smettila, Glair. Cambia argomento.

— Guardami, Tom. Perché ti detesti tanto? Perché vuoi continuare a farti del male?

— Glair…

— E continui a cercare nuovi modi per tormentarti. Mi hai detto che era tuo dovere denunciarmi. Non l’hai fatto. Sei l’unico uomo in tutto il SOA che abbia effettivamente trovato un essere extraterrestre, ed invece di fare la cosa più naturale da un punto di vista militare, lo porti in casa tua, ve lo nascondi ed opacizzi le finestre. Perché? Perché così puoi sentirti colpevole come desideri per il modo in cui stai violando i tuoi ordini.

Le mani di Falkner tremavano a tal punto che a stento riuscì ad iniettarsi nelle vene la successiva bomboletta di scotch.

— Una cosa ancora, Tom. Poi ti lascerò in pace. Perché ti tieni alla larga da me, se non per quella tua stessa tendenza autodistruttiva? Tu mi desideri, e lo sappiamo entrambi. Ma tu ti punisci ricoprendo il mio corpo con quest’indumento e dicendoti che sei virtuoso. Nella vostra lingua esiste una parola che definisce questo tipo di personalità. Me lo disse Vorneen, una volta. Un mato… masi…

— Masochista — completò per lei Falkner, mentre il cuore gli martellava nella gabbia toracica.

— Masochista, sì. Non voglio dire che tu ti frusti o che indossi delle scarpe strette. Voglio dire che trovi dei modi per ferire la tua anima.

— Chi è Vorneen? — domandò Falkner.

— Uno dei miei compagni.

— Intendi dire uno dei tuoi compagni d’equipaggio?

— Anche quello. Ma io intendevo un compagno sessuale. Vorneen, Mirtin ed io, eravamo l’equipaggio. Un gruppo sessuale a tre elementi. Due maschi ed io.

— Come poteva funzionare un’unione del genere? A bordo di una nave, due maschi e…

— Funziona. Noi non siamo umani, Tom. E non è detto che dobbiamo avere le stesse emozioni degli esseri umani. Eravamo molto felici insieme. Può darsi che loro siano rimasti uccisi nell’esplosione della nave, non lo so. Io sono stata la prima a saltare. Ma stai sviando dall’argomento, Tom. L’argomento sei tu.

— Dimenticati di me. Non avrei mai immaginato che tu avessi… avessi un gruppo sessuale. Non ci avevo mai pensato. Quindi sei una donna sposata.

— Si può dire così. A meno che non siano morti. Non ho alcun modo di mettermi in comunicazione con loro.

— Ma li amavi entrambi?

Glair aggrottò la fronte. — Li amavo entrambi, sì. E potrei ancora amare qualcun altro. Vieni qui, Tom, e smettila di cercare il modo di renderti infelice.

Falkner mosse qualche passo incerto verso Glair, pensando a due uomini e una donna a bordo di un disco volante, e dicendosi che non erano uomini e lei non era una donna. Fu sorpreso di scoprire quanto fosse forte la gelosia che lo attanagliava; poi si domandò a che cosa sarebbe potuto assomigliare un rapporto sessuale con un’aliena. E fu colto dalle vertigini.

Glair sollevò lo sguardo. I suoi occhi erano freschi ed invitanti.

— Toglimi di dosso questo stupido pezzo di stoffa, Tom. Te ne prego.

Le sfilò la giacca del pigiama da sopra la testa, scompigliandole i capelli dorati. I suoi seni erano sodi ed eretti, e bianchissimi; rivelavano un disprezzo quasi totale per la forza di gravità. Era il tipo di seni che si poteva vedere sulle ragazze-calendario, ma mai su una donna in carne ed ossa: misteriosamente sodi, misteriosamente accostati, misteriosamente prominenti, l’immagine che un ragazzo di sedici anni può avere del seno ideale di una donna. Glair scostò le coperte. Falkner abbassò lo sguardo e si ricordò che tutto il suo corpo era un’imitazione, un rivestimento sintetico esteriore per qualcosa di tremendamente strano. Poteva avere i seni di Afrodite e le cosce di Diana, poteva avere qualsiasi perfezione femminile desiderasse, perché si era fatta costruire quel corpo in base ai propri desideri. La sua carne sembrava proprio carne, e dentro c’erano nervi, ossa e condotti per il sangue, ma nervi, ossa e sangue erano soltanto prodotti di laboratorio dotati di vita artificiale.

All’interno di quella stupenda, irreale creatura… chi avrebbe potuto dire quale orrore si annidava là dentro?

Eppure, si disse Falkner, quale donna umana era bella sotto la pelle? La massa fumante di intestini aggrovigliati, i tubi e i bulbi e i noduli tortuosi, il teschio sogghignante sotto il volto bellissimo… tutti abbiamo i nostri incubi sotto la pelle, ed era stupido stare a sottilizzare su quello di Glair.

I suoi abiti caddero a terra, mentre lei lo traeva a sé.

— Le tue gambe… — fece Falkner.

— Stanno benissimo. Non pensarci e fammi vedere come fanno l’amore i terrestri.

La toccò. — Puoi… cioè, tu sai…

— L’anatomia c’è tutta — lo rassicurò Glair. — Non gli organi interni, ma non dovrebbe avere molta importanza. Stringimi, Tom. Insegnami. Amami.

Con facilità, con più facilità di quanto aveva immaginato che potesse accadere, la abbracciò, e sentì la carnagione fredda e morbida di Glair contro la sua pelle sudata, e l’accarezzò proprio come se fosse reale e non un sogno. Disperatamente la possedette, e la trovò pronta, e con un improvviso, selvaggio sollievo si liberò dei legami che si era imposto ed accettò il dono d’amore che lei gli stava offrendo.

CAPITOLO DODICESIMO

— … e posso avere il suo numero di credito centrale? — domandò l’impiegato del motel.

— Io non ho una carta di credito — affermò David Bridger. — Pagherò in contanti per la stanza. — Colse un’espressione di sospetto sul volto dell’impiegato, e tornò a recitare la sua parte di innocuo Babbo Natale. Scoppiò a ridere fragorosamente ed aggiunse: — Scommetto che sono l’unico uomo dell’Emisfero Occidentale a non averne una, eh? È solo che io non credo in certe cose! I contanti andavano bene per mio padre, e vanno bene anche per me! Quant’è?

L’impiegato glielo disse. Bridger estrasse dal portafoglio parecchie banconote spiegazzate che facevano parte del suo corredo di emergenza — ogni agente Kranazoi aveva in dotazione una certa quantità di denaro terrestre, nel caso fosse costretto ad un atterraggio forzato — e le sparpagliò sul bancone. L’impiegato sembrò più sollevato. Uno straniero coperto di polvere, senza bagaglio, senza nemmeno una carta di credito, che arrivava lì a piedi… era una cosa ben strana per un motel. Ma il denaro dello straniero era verde. E chi avrebbe negato una stanza a Babbo Natale quando mancavano tre settimane a Natale?

— Stanza duecentosedici — disse l’impiegato. — Secondo piano, sulla sinistra.

La stanza era un cuneo triangolare con un ingresso ridotto ai minimi termini, che si apriva ad un arco di circa trenta gradi lungo il perimetro esterno dell’edificio circolare. Bridger si infilò dentro, chiuse a chiave la porta, sigillandola con l’impronta del pollice, e si sdraiò pesantemente sul letto. Quei pochi chilometri di cammino avevano lasciato esausto il suo corpo terrestre. Era fuori esercizio, si disse, anche se a bordo avevano l’accortezza di mantenere la gravità totale per tenere in tono la muscolatura.

Si tolse i vestiti e gettò tutto nella lavatrice ultrasonica a gettone che si trovava addosso alla parete di destra. Poi si infilò sotto la doccia. In teoria sapeva come funzionava una doccia, ma il suo condizionamento Kranazoi gli creò qualche problema nell’attivarla. Kranaz era un mondo arido, dove l’acqua era vita ed energia, e lo spaventava pensare che anche lì, in quella parte così arida dell’America Settentrionale, gli bastava solo toccare qualche levetta per avere acqua in abbondanza. Vergognandosi del suo gesto, fece scorrere l’acqua. Bridger desiderò potersi strappare di dosso quel suo corpo da terrestre, farlo a brandelli, ed esporre la sua vera pelle all’acqua. Rimase sotto la doccia per mezz’ora, traendone un piacere notevole.

Si asciugò, si vestì e si guardò allo specchio. Aveva un aspetto abbastanza presentabile. Un uomo grasso non ha bisogno di sembrare pulitissimo. I chirurghi plastici che avevano progettato la sua pelle avevano fatto in modo che la sua faccia avesse sempre l’aria di una faccia rasata da tre ore, così da non avere la necessità di radersi nuovamente prima di un’altra mezza giornata. Non avevano ancora risolto il problema della crescita, nel senso che la sua barba non cresceva, ma Bridger non se ne preoccupò.

Ed ora, all’inseguimento di quei tre Dirnani…

Uscì dalla stanza e si recò al pianterreno. Il motel aveva una sala cocktail annessa, proprio sotto la strada; un locale fantasioso con una cascata che cadeva scrosciando sopra una barriera di vetro. Ancora acqua! Bridger entrò nella sala. Vide gruppetti di uomini, tre o quattro per volta, intenti a bere le loro bevande. Erano vestiti in modo molto formale: capì che erano uomini d’affari. Prese posto al bar, ed una ragazza si diresse verso di lui per prendere la sua ordinazione. Il suo ridottissimo costume metteva in mostra un bel po’ di carne, e Bridger osservò con un certo fascino che i suoi seni pressoché nudi erano rivestiti da una strana sostanza fluorescente. Nella fioca luce del locale, il bagliore verde-azzurro del suo petto creava un effetto vistoso. Un nuovo stile, eh? Non era di suo gusto, ma in fondo i Kranazoi non erano mammiferi, e lui non riusciva ad apprezzare affatto il significato erotico di quei seni.

La ragazza protese le sue mammelle luminose verso di lui e gli chiese: — Desidera?

— Sherry con ghiaccio — rispose Bridger.

Ne ricavò un’occhiata perplessa. Evidentemente nessun vero uomo avrebbe bevuto qualcosa di così leggero. Bridger si limitò a fare una smorfia. Sapeva che lo sherry era soltanto un vino rafforzato, con un contenuto alcolico inferiore al dieci per cento. Bene. Per il suo metabolismo l’alcool era un veleno, e meno ne consumava meglio era. Aveva bisogno di bere qualcosa, per inserirsi in qualche modo nelle conversazioni della sala cocktail, ma era bene che fosse il più leggero possibile.

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