Shadrach nella fornace | Страница 4 | Онлайн-библиотека


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— Grazie — dice Shadrach, e passa al canale di Irayne Sarafrazi. Il capo del Progetto Fenice è una giovane gerontologa persiana, una persona sottile, dall’aspetto quasi fragile, con grandi occhi scuri, labbra piene e solenni, capelli neri tirati indietro con decisione, a scoprire la fronte. Il suo gruppo sta ricercando una tecnica di rinnovamento fisiologico che permetta il ringiovanimento della materia cellulare vivente di Gengis Mao, così che egli possa rinascere nella sua stessa pelle quando non avrà più la forza e la flessibilità per tollerare ulteriori trapianti d’organi. Qui, l’ostacolo principale è la scarsa disponibilità del cervello a rigenerare le cellule di cui giorno per giorno si libera; invertire il declino degli altri organi e renderli di nuovo giovani è una questione relativamente semplice di riprogrammazione dell’acido nucleico, ma nessuno ha ancora trovato un modo per arrestare la morte costante del cervello, tantomeno per rimediare ai danni già arrecati. Nel corso della lunga vita di Gengis Mao, il peso del suo cervello è già declinato del dieci per cento secondo le stime, con una perdita analoga nella funzione mnemonica e nei tempi di risposta neurale. Nonostante questo, non mostra alcuno dei segni di decadimento mentale tipici della vecchiaia avanzata; ma quale spaventoso declino nell’idiozia lo attende se si farà ospitare ancora un secolo o due nel suo attuale equipaggiamento cerebro-cerebellare? Centinaia di sfortunati primati hanno già ceduto il contenuto del loro cranio alle ricerche di Irayne Sarafrazi, e i loro cervelli si trovano sotto campane di vetro sui banchi del suo laboratorio, vivi e reattivi mentre lei cerca di fare il solletico ai loro neuroni per invitarli a una nuova crescita, ma non vi sono progressi.

Questa mattina pare scoraggiata. I suoi occhi luccicanti da achemenide hanno l’aria spenta e provata. Il cervello sottratto al corpo di Pan, uno scimpanzé, ha appena subito un deterioramento fatale, proprio quando sembrava che stesse di fatto per verificarsi una crescita cellulare. — Stiamo per iniziare l’autopsia — dice Irayne Sarafrazi, la voce carica di depressione — ma pensiamo che la morte di Pan possa significare che tutto il nostro programma di stimolazione cerebrale è un errore. Sto pensando che dovremmo forse concentrarci meno sulla rigenerazione effettiva del cervello, e lavorare di più sull’attivazione della ridondanza. Tu cosa pensi, Shadrach? — Mordecai scrolla le spalle. Sa naturalmente che il cervello umano ha vaste aree ridondanti, miliardi di cellule il cui unico ruolo evidente è quello di riserve d’emergenza; e sa anche quali successi siano stati ottenuti nella riabilitazione di vittime di colpi apoplettici e altre lesioni cerebrali grazie alla ridisposizione dei canali neurali nelle aree ridondanti. Ma un’utilizzazione più efficiente del tessuto cerebrale esistente non fa che ritardare la minaccia della degenerazione senile, senza cancellarla. Finché le cellule muoiono giorno dopo giorno, Gengis Mao è destinato a piombare alla fine nell’idiozia senile all’interno del suo corpo ringiovanito, tra cinquanta o tra settanta o tra novant’anni, un gulliveriano struldbrug della mente, sbavante, intrappolato in un’armatura solida e agile. — La ridondanza è una misura temporanea — le dice Shadrach. — Senza rigenerazione del cervello, i rischi sono eccessivi. Un cervello vecchio in un corpo nuovo non funzionerà. Fammi avere i risultati dell’autopsia dello scimpanzé per domani e magari mi verrà qualche idea. — Ormai incapace di sopportare la vista della faccia stravolta di Sarafrazi, toglie la comunicazione e si collega con Nikki Crowfoot del Progetto Avatar.

Lei gli sorride con tenerezza. — Hai dormito bene, Shadrach?

La sua forza, e la forza del suo interesse per lui, si irradiano luminose dallo schermo. È una donna vigorosa, un’atleta, una cacciatrice, la pelle di una calda sfumatura bruna, il petto imponente, alta quasi un metro e novanta; le ossa del viso sono forti e ponderose, gli occhi ben spaziati, le labbra piene, il naso prominente e aggressivo. I suoi genitori erano ambedue nativi americani, la madre una Navajo, il padre un Assiniboin integrato nella società dei bianchi. Lei e Shadrach Mordecai sono amanti da mesi, amici da più di un anno. Mordecai spera che Gengis Mao non sappia niente della loro storia, ma ha anche il sospetto che questa sia una speranza ingenua.

— Ho dormito bene per un po’, se non altro — le risponde.

— Preoccupato per l’operazione del Presidente?

— Immagino di sì. O forse semplicemente preoccupato in generale.

— Avrei potuto aiutarti a rilassarti — dice con un sorriso complice.

— Probabilmente ci saresti riuscita. Ma ho sempre praticato l’astinenza la notte prima di un’operazione del Presidente. Come un pugile, come un cantante d’opera. Per mantenere la concentrazione assoluta, la mente sgombra. So che è stupido, Nikki, ma semplicemente faccio così.

— Va bene. Va bene. Volevo solo provocarti. Comunque, possiamo rifarci questa notte.

— ’Stanotte, certo. O questo pomeriggio. Lui lascerà il tavolo operatorio entro le due e mezzo. Cosa ne dici di prendere con me il tunnel per Karakorum?

Nikki sospira. — Non posso. Non tentarmi. Ho degli esperimenti critici questo pomeriggio. Vuoi il mio rapporto?

Il lavoro della dottoressa Crowfoot si sovrappone, per certi versi, a ciascuno degli altri due progetti, perché lo scopo del Progetto Avatar è quello di sviluppare una tecnica di trasferimento della personalità che permetterà a Gengis Mao — anima, spirito, identità, essenza vitale, ma nessuna sua componente fisica — di traslocare in un altro corpo, più giovane del suo. Come il Progetto Talos, Avatar si sforza di ridurre gli schemi delle reazioni mentali di Gengis Mao a codifiche digitali: quindi programmabili, quindi riproducibili; come il Progetto Fenice, Avatar intende dare al Presidente un corpo nuovo e sano nel quale abitare. Ma mentre Talos farebbe ospitare la codificazione digitale di Gengis Mao da un costrutto meccanico, Avatar lo sistemerebbe in una struttura precedentemente abitata da qualcun altro — Mangu, per la precisione. Da un lato il progetto di Crowfoot eviterebbe la disumanità della creazione di un Khan robotizzato, dall’altra scavalcherebbe il problema del deterioramento delle cellule cerebrali installando l’essenza astratta e intangibile di Gengis Mao in un cervello giovane e vigoroso. Nonostante le aree comuni, i tre progetti conducono le loro ricerche in modo assolutamente indipendente l’uno dall’altro, e non ci sono tentativi di scambiarsi le idee. La ridondanza, dopo tutto, è la nostra via maestra per la sopravvivenza.

Shadrach Mordecai, informato sul lavoro di tutti e tre i progetti, è forse l’unica persona a sapere a che punto questi si trovino l’uno rispetto all’altro. Sa che la squadra di Katya Lindman è probabilmente impegnata in un’impresa disperata: installare l’anima di un uomo in una macchina non produrrà un duplicato convincente e politicamente efficace dell’originale, poiché le macchine sono normalmente incapaci di trascendere la propria essenza meccanica; sa anche che il gruppo di Irayne Sarafrazi, pur incamminato sulla strada più plausibile per la vita eterna che Gengis Mao desidera tanto, è destinato a trovarsi paralizzato dalla difficoltà, che pare insolubile, del decadimento cerebrale. Sa anche che l’approccio di Nikki Crowfoot alla codificazione della personalità è stato finora più fruttuoso di quello di Lindman, e che nel giro di mesi le scienziate e gli scienziati del Progetto Avatar potrebbero essere in grado di riversare l’essenza di Gengis Mao — come una penetrante mano di vernice — sulla mente di un donatore, precedentemente annichilito attraverso tecniche elettroencefalografiche che azzerano i processi mentali. Povero Mangu. Povero, tragico principino pieno di speranze, destinato a essere niente di meglio che una tabula rasa per il Khan.

La sorte ultima di Mangu non tarderà ancora molto. Mordecai ascolta affascinato e raggelato quando Nikki gli snocciola le ultime meraviglie. I ricercatori sono ormai in grado di codificare le anime di animali, astraendo dai corpi gli schemi elettrici individuali delle loro menti, trasformando in numeri quelle sequenze di onde, usando i numeri per replicare gli schemi elettrici all’interno di cervelli di bestie donatrici. Hanno codificato un gallo e riversato la sua anima in un falco a cui era stata cancellata la mente; il falco non vola più, ma corre per la gabbia-pollaio emettendo dei chicchirichì, scuote goffo le ali magnifiche e con determinazione folle monta le galline terrorizzate. Hanno codificato un gibbone e l’hanno fatto ospitare dal corpo di un gorilla; il gorilla ha sviluppato scatenate abitudini arboricole, usando selvaggio e disperato le braccia per spostarsi tra le cime degli alberi; la sua essenza di gorilla, sfrattata, risiede ora in un ex-gibbone che marcia orgoglioso e pesante a terra, appoggiandosi sulle articolazioni contratte, fermandosi di tanto in tanto a percuotere il petto magro. E così via: si stanno preparando a tentare i primi trasferimenti umani, nel giro di settimane. Mordecai non chiede a Crowfoot dove intenda procurarsi i soggetti sperimentali. Per chi lavora al servizio di Gengis Mao, ci sono in agguato problemi etici impegnativi; Shadrach preferisce non caricarsi la coscienza con gli atti della sua amata.

— Chiamami quando si sarà conclusa l’operazione — gli dice Nikki Crowfoot.

— Non interromperò i tuoi esperimenti critici?

— Non in maniera critica. Chiamami. Ci vediamo stasera.

— A stasera — dice Shadrach debolmente. Sono le otto e cinquantacinque. Deve portare Gengis Mao alla Sala di Chirurgia senza indugio.

4

Il fegato, la ghiandola più grande nel corpo umano, è un organo utile e complesso che pesa un chilogrammo e mezzo, all’incirca un due per cento del peso complessivo del corpo, e assolve centinaia di funzioni biochimiche importanti. Il fegato produce la bile, un liquido verde che è essenziale alla digestione. Attraverso il fegato passa il sangue venoso che ha assolto al suo compito, in rotta verso il cuore. Il fegato filtra questo sangue rimuovendo batteri, veleni, residui di farmaci e altre impurità nocive, e aggiunge al sangue le proteine plasmatiche che ha prodotto: tra queste il fibrinogeno, agente coagulante, e l’eparina, agente anticoagulante. Dal sangue prende zucchero, che converte in glicogeno e immagazzina per quando le necessità energetiche del corpo lo richiederanno. Il fegato è anche responsabile per la conversione di grassi e proteine in carboidrati, la conservazione di vitamine liposolubili, la produzione di anticorpi, la distruzione di globuli rossi resi inutilizzabili, e di molto altro ancora.

Il fegato svolge così tante funzioni metaboliche che nessun vertebrato può sopravvivere senza di esso per più di qualche ora. Ha un ruolo così centrale per la vita che i suoi poteri rigenerativi sono straordinari: se tre quarti del fegato vengono rimossi, le cellule restanti si moltiplicheranno con tale rapidità che la ghiandola avrà riacquistato la sua dimensione originaria entro due mesi. Se il novanta per cento del fegato viene distrutto, continuerà a produrre la normale quantità di bile. La ridondanza è la nostra via maestra per la sopravvivenza. Nonostante tutto questo, il fegato è soggetto a molte disfunzioni: itterizia, le varie necrosi, setticemia, ascessi dissenterici, cancro dei condotti biliari, e così via. L’onnipotenza del fegato gli permette di sopportare disfunzioni del genere per periodi prolungati, ma i suoi poteri di ricupero diminuiscono, come la maggior parte delle altre cose, con l’età.

Il fegato di Gengis Mao soffre di problemi cronici. Per sostenere la vita del Presidente e la vita della selva di organi artificiali e trapiantati che il suo corpo ospita, ogni giorno vanno versati nel suo sistema litri di medicamenti, e anche il fegato più forte avrebbe difficoltà a gestire l’assalto costante di sostanze chimiche ad alta intensità che è necessario rimuovere dalla circolazione sanguigna di Gengis Mao. Se non bastasse, la presenza di così tanti organi di origine estranea scatena all’interno del corpo dei fenomeni di interazione biochimica che è compito del fegato contrastare, e la tensione dà segni evidenti. Il fegato assediato del Presidente è in un perpetuo stato di morbosità, aggravato dall’età avanzata e dall’intricatezza innaturale della sua composita struttura interna, e dev’essere sostituito periodicamente. Ancora una volta, il momento è venuto.

Due massicci aiutanti sollevano la figura piccola e magra di Gengis Mao e l’accomodano su un lettino: ha inizio il viaggio familiare dalla camera da letto al tavolo operatorio. Il Khan è allegro, nonostante il suo aspetto febbricitante e debole e gli occhi lucidi; rivolge agli aiutanti cenni e strizzate d’occhio, dicendo loro che è comodo; ridacchia, azzarda perfino qualche battuta. Mordecai è stupefatto, come ogni volta, dall’incredibile calma del Khan in un momento del genere, calma dimostrata anche dai dati telemetrici che raggiungono i suoi sensori interni. Gengis Mao sa indubbiamente che per lui ci sono probabilità significative di morire nel corso dell’operazione, ma i suoi segnali somatici non ne indicano nessuna consapevolezza evidente: come se lo spirito del Presidente fosse così perfettamente bilanciato tra l’amore per la vita e la sete di morte da fluttuare in un perfetto equilibrio metabolico. In ogni caso Shadrach è molto meno rilassato del suo datore di lavoro, forse perché considera i rischi di un trapianto di organi come tutt’altro che irrilevanti e non è assolutamente pronto ad affrontare le incertezze personali di un mondo post-Gengis Mao.

Il lettino che trasporta il Presidente scivola su silenziose scanalature pneumatiche, dalla camera imperiale allo studio imperiale; di là nello studio di Shadrach Mordecai, passando per la sala da pranzo privata; infine, dopo un’eternità di sospettose rilevazioni da parte dei dispositivi di sicurezza, valica Interfaccia Cinque e fa ingresso nella Sala di Chirurgia. Questa è un maestoso tetraedro che si estende per i due piani più alti della Gran Torre del Khan, e sottende una trentina di gradi d’arco lungo la superficie esterna dell’edificio dalla slanciata forma conica. Una concrezione cruciforme di strutture cromate la inonda dall’alto di una luce vivida ma non abbagliante. Una piattaforma a metà altezza tra pavimento e soffitto sbuca dalla parete opposta all’interfaccia, dividendo l’ampio locale quasi a metà lungo quel lato, e sopra questa piattaforma è in attesa l’impressionante bolla trasparente asettica dentro la quale si effettuano le operazioni chirurgiche; sotto la piattaforma che sostiene la bolla c’è l’apparato di sostegno ambientale dell’area chirurgica: un grande, sinistro cubo di metallo grigioverde, provvisto di una copertura. Mordecai lo immagina popolato da pompe, filtri, condotti di riscaldamento, serbatoi di sostanze chimiche per la sterilizzazione, umidificatori e altre apparecchiature. All’altro lato della stanza c’è uno ziggurat di ulteriori macchinari, che si ergono gradino sopra gradino, in banchi bene ordinati verdi e blu, per circa trenta metri: un generatore dall’aria goffa, color rosso mattone, in fondo; poi, salendo, un ammasso di congegni per la rilevazione, un’autoclave, un banco laser, la consolle dell’anestesista, una dolly collegata ai monitor che permetteranno ai medici aggiunti di seguire gli eventi dell’interno alla bolla, e molto altro materiale, parte del quale costituisce un mistero assoluto per Mordecai.

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Robert Silverberg: Shadrach nella fornace 1
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