Shadrach nella fornace | Страница 20 | Онлайн-библиотека


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Vorrebbe rivolgersi a Nikki, ma Nikki ha continuato a tenersi ben alla larga, e Shadrach non è neanche riuscito a parlare con lei al telefono negli ultimi due-tre giorni. Le telefona adesso, con il pretesto di un aggiornamento sul procedere del Progetto Avatar, ma sul monitor appare uno degli assistenti di Crowfoot: un certo dottor Eis, di Francoforte. Eis, un teutone classico, occhi celesti e una fluente chioma dorata, si produce in una espressione di… sorpresa? fastidio? disgusto…? alla vista di Shadrach, la fronte gli si aggrotta e un angolo della bocca gli si ritrae, ma si riprende alla svelta e concede a Shadrach un saluto fermo e formale.

Shadrach dice: — Potrei parlare con la dottoressa Crowfoot, per favore?

— Sono desolato. La dottoressa Crowfoot non c’è. Posso esserle ut…

— La trovo questo pomeriggio?

— La dottoressa Crowfoot è fuori tutto il giorno, dottor Mordecai.

— Ho bisogno di mettermi in contatto con lei.

— È nel suo appartamento, dottore. Non sta bene. Ha chiesto di non essere disturbata.

— Malata? Qual è il problema?

— Niente di grave. Febbre, mal di testa. Mi ha chiesto di dirle, se lei avesse chiamato, che stiamo ancora studiando il problema della ricalibrazione, ma che al momento non abbiamo niente da riferire, non…

— Danke, dottor Eis.

— Bitte, dottor Mordecai — replica rapido Eis, mentre Shadrach toglie il collegamento.

Sta per chiamare l’appartamento di Nikki. No. Ne ha avuto abbastanza di evasioni, scuse, procrastinazioni, fughe. È fin troppo facile per lei fare numeri del genere quando Shadrach chiama. Andrà semplicemente da lei e suonerà il campanello, senza aspettare di essere invitato.

Lei lo lascia in attesa davanti alla porta per un bel po’ prima di reagire, anche se sa certamente, grazie al visore, chi c’è fuori. Poi dice: — Cosa vuoi, Shadrach?

— Eis mi ha detto che non stavi bene.

— Non è niente. Un mal di pancia un po’ fastidioso.

— Posso entrare?

— Sto cercando di dormire un po’, Shadrach.

— Non mi tratterrò molto.

— Ma sono in uno stato spaventoso. Preferirei non avere visite.

Shadrach sta per allontanarsi dalla porta ma, pur sapendo che la sua insistenza maniacale non gli porterà niente di buono, non riesce ad accettare di andarsene senza averla vista. Non riesce a trattenersi, e sente la sua stessa voce dire: — Lascia almeno che veda se posso prescriverti qualcosa, Nikki. Io sono un dottore, dopotutto.

Un lungo silenzio. Disperato, prega che nessuno che lo conosce capiti da quelle parti a sorprenderlo: là fuori nel corridoio, come un Romeo in preda alle pene d’amore che supplica di lasciarlo entrare.

La porta, finalmente, si apre.

Lei è a letto, e ha effettivamente l’aspetto malato, la faccia rossa e febbricitante, gli occhi iniettati di sangue. L’aria nella stanza è quella degli ospedali, ferma e viziata. Shadrach si dirige subito ad aprire la finestra; Crowfoot rabbrividisce e gli chiede di non farlo, ma lui la ignora. Quando lei si alza a sedere, Shadrach vede che è nuda, sotto la coperta. — Ti prendo un pigiama, se hai freddo.

— No. Odio mettere il pigiama. Non so se ho freddo o caldo.

— Posso visitarti?

— Non sono tanto malata, Shadrach.

— In ogni caso, sarei più contento se ne fossimo sicuri.

— Pensi che mi si stiano per decomporre gli organi?

— Un controllo non può far male, Nikki. Ci vorrà un istante.

— È un peccato che tu non possa farmi una diagnosi come quelle che fai a Gengis Mao, semplicemente leggendo le macchinette che ti porti dentro. Così non mi infastidiresti proprio.

— No, non posso farlo. Ma faremo in fretta.

— Okay — gli dice lei. Durante questa conversazione, non l’ha guardato negli occhi una sola volta, e questo lo turba. — Va’ avanti. Gioca al dottore con me, se è proprio necessario.

Lui la scopre, e si accorge di sentirsi curiosamente riluttante a esporla in questa maniera, come se la loro recente separazione lo avesse privato dei privilegi tradizionali di un medico. Ma dopotutto lui ha avuto un solo paziente in tutta la sua carriera, essendo andato direttamente al servizio di Gengis Mao appena uscito dalla scuola di Medicina, non avendo fatto altro che ricerca gerontologica fino a quando non è stato chiamato a servire il Khan in qualità di medico personale; non ha mai sviluppato la tradizionale indifferenza dei medici praticanti nei confronti della carne: questa non è una paziente anonima, questa è Nikki Crowfoot, la persona che lui ama, e il suo corpo nudo è qualcosa di più di un oggetto per Shadrach. Dopo qualche istante, però, raggiunge questa impersonalità, trasforma i seni di lei in semplici globi di carne, le cosce in colonne asessuate di pelle e muscoli, e la visita senza turbarsi ulteriormente, le sente il polso, le ausculta il petto, le palpa l’addome, tutte le solite cose. L’autodiagnosi risulta accurata: nessun segno di decomposizione organica, solo un malessere passeggero, un po’ di febbre, niente di importante. Molta acqua, riposo, qualche pastiglia, e tornerà a posto in un giorno o poco più.

— Soddisfatto? — lo deride lei.

— Ti è così difficile accettare il fatto che mi preoccupo per te, Nikki?

— Ti avevo detto che non avevo niente di grave.

— Ero preoccupato lo stesso.

— Allora, visitare me in realtà è stata una terapia per te?

— Immagino di sì — ammette Shadrach.

— E se tu non fossi accorso a fornirmi i benefici delle tue capacità mediche altamente qualificate, a questo punto sarei riuscita a prendere sonno.

— Mi dispiace.

— Non importa, Shadrach.

Nikki si volta, raggomitolandosi infastidita sotto la coperta. Shadrach rimane in piedi davanti al letto, muto; vorrebbe fare mille domande che non possono essere fatte, vorrebbe sapere da dove viene quell’ombra che è caduta tra di loro, perché lei è diventata misteriosamente così distante, così fredda, perché non vuole nemmeno guardarlo negli occhi quando gli parla. Dopo qualche istante, invece, dice: — Come va il Progetto?

— Non hai parlato con Eis? Stiamo ricalibrando. Ci vorrà un po’ prima che siamo pronti per un nuovo donatore. Tutta questa storia è una rottura di palle colossale.

— Di quanto vi ha ritardato, precisamente?

Crowfoot scrolla le spalle. — Un mese, se siamo fortunati. O tre. O sei. Dipende.

— Da cosa?

— Da… da… oh, Cristo! Senti, Shadrach, non ho proprio voglia di parlare di lavoro in questo momento, non sto bene. Capisci cosa vuol dire? Mi fa male la testa. Mi fa male la pancia. Mi brucia la pelle. Voglio riposarmi un po’. Non voglio discutere i miei problemi scientifici del momento.

— Mi dispiace — dice lui ancora una volta.

— Mi lasceresti sola, adesso?

— Sì. Sì. Ti chiamerò domani mattina per sentire se stai meglio, va bene?

Nikki farfuglia qualcosa con la bocca contro il cuscino.

Shadrach fa per incamminarsi. Ma prima di andarsene, fa un ultimo tentativo di raggiungerla. Sulla soglia, dice in tono neutro: — Oh… hai sentito l’ultima voce che circola? Sulla morte di Mangu?

Lei geme, stoica. — Non ho sentito niente. Dimmi. Sentiamo. Cos’è?

Shadrach soppesa le parole, con cura, per non avere la sensazione di rivelare la confidenza che gli ha fatto Katya Lindman: — Si dice che Mangu si sia suicidato perché qualcuno collegato al Progetto Talos gli ha raccontato che sarebbe stato il donatore per Avatar.

Nikki scatta a sedere, gli occhi spalancati, il volto acceso, le guance rosse di concitazione.

— Cosa? Cosa? Non l’avevo sentita!

— È solo una storia che circola.

— Chi sarebbe stato a dirglielo?

— Non lo dicono.

— Proprio Lindman, è così? — chiede Nikki.

— È solo una voce, Nikki. Non fanno il nome di nessuno in particolare. In ogni caso, Katya non farebbe mai qualcosa di così poco professionale.

— No, eh?

— Non credo proprio. Se davvero è successo, è stato probabilmente un assistente ambizioso, un programmatore di terzo grado. Se davvero è successo. Potrebbe non esserci niente di vero.

— Però suona vero — dice lei. Il petto le si gonfia, la pelle è lucida di sudore. — C’erano forse modi migliori per Lindman di sabotare il mio lavoro? Oh, come ho fatto a non pensarci? Come ho fatto a non immaginare…

— Calmati, Nikki. Non stai bene.

— Quando la trovo…

— Per favore — dice Shadrach. — Sta’ giù. Vorrei non aver detto una parola. Lo sai come nascono le voci in questo palazzo, assolutamente dal niente. Decisamente, non credo che Katya possa aver…

— Vedremo — dice lei in tono carico di minaccia. Si calma un po’. — Potresti aver ragione. Comunque. Comunque. La sicurezza avrebbe dovuto essere molto più stretta. Non so quanta gente esattamente sapesse che Mangu doveva essere il donatore, cinque, sei, dieci persone, erano comunque troppe. Decisamente troppe. Con il prossimo donatore… — Crowfoot tossisce. Si volta di nuovo, nascondendosi nel cuscino. — Oh, Shadrach, mi sento così male! Va’ via! Per favore, va’ via! Ora grazie a te sono di nuovo agitata, per un motivo nuovo, e… oh, Shadrach…

— Mi dispiace — dice ancora una volta Shadrach. — Non volevo…

— Ciao, Shadrach.

— Ciao, Nikki.

Fugge dall’appartamento. Si precipita via lungo il corridoio, fermandosi infine contro la ringhiera vicino alle scale. L’afferra stretta, resta fermo per qualche istante. La visita a Nikki ha fatto ben poco per migliorare il suo stato. Il suo atteggiamento verso di lui, si rende conto Shadrach, va dall’indifferente all’infastidito; non una volta ha espresso il minimo piacere per la visita inattesa. Nel migliore dei casi, era tollerato.

E ora, lo sa bene, deve correre da Katya, senza perdere tempo.

Lei appare sorpresa di rivederlo così presto. Lo saluta con calore, aperta, come se stesse automaticamente dando per scontato che è venuto per fare l’amore. Ma Shadrach è lungi dall’avere in testa il sesso in questo momento. Si libera dall’abbraccio di Katya non appena può farlo senza offenderla, e in modo dolce ma fermo stabilisce una distanza psicologica tra di loro. Tratteggiandola rapidamente, senza perifrasi, le riferisce la propria conversazione con Nikki, sottolineando che la “voce” che ha inventato non incolpava in alcun modo Katya stessa della soffiata a Mangu.

— Ma naturalmente Crowfoot ha indovinato immediatamente che ero stata io, no?

— Temo di sì. Io le ho assicurato che era inconcepibile che tu avessi fatto una cosa del genere, ma lei…

— Lei ora sa che sono stata io, e ce l’avrà con me per sempre, e farà tutto quello che può per vendicarsi. Molte grazie.

Calmo, Shadrach dice: — Se è arrabbiata, devi anche capirla. Devi ammettere che c’era un elemento di sabotaggio di Avatar, nella tua confidenza a Mangu.

— Ho parlato a Mangu perché provavo pietà per lui — dice freddamente Lindman.

— L’hai fatto per pietà, nient’altro che per pietà? Non avevi assolutamente considerato che avrebbe potuto reagire in un modo che avrebbe sconvolto il programma Avatar, e che avrebbe creato problemi a Nikki Crowfoot?

Katya tace per qualche secondo.

Infine dice, in un tono più cedevole: — Immagino che anche quello mi sia passato per la mente. Ma era molto secondario. Molto, molto secondario. Il fatto principale è che non sopportavo più di guardare Mangu in faccia, di sentirlo parlare del suo futuro sapendo quel che sapevo. Dovevo metterlo in guardia, o accettare tutta la responsabilità di quel che stava per succedergli. Mi credi, Shadrach? Quanto mi ritieni malvagia? Pensi che la mia vita inizi e finisca con questi folli progetti di Gengis Mao? Credi che le sole motivazioni che operano in me siano motivazioni che hanno a che fare con Talos, come accelerare la mia carriera, come distruggere quella di Nikki Crowfoot? Credi questo?

— Non so. Immagino di no.

— Immagini di no?

— Non credo che tu sia fatta così, no.

— Benissimo. Fantastico. Grazie. E ora cosa succederà? Mi denuncerà a Gengis Mao?

— Non c’è nessuna prova che tu abbia mai detto qualcosa a Mangu — replica Shadrach Mordecai. — Lei lo sa. Sa anche che qualunque accusa dovesse fare contro di te potrà essere attribuita a invidia professionale. A dire il vero, penso che non farà proprio niente. Tranne quello che ha detto: che avrebbe mantenuto una segretezza maggiore attorno all’identità del prossimo donatore per Avatar, così che non ci sarebbe stato il rischio della stessa…

— È troppo tardi — dice Lindman.

— Il prossimo donatore è già stato scelto?

— Sì.

— E tu sai il nome?

— Sì.

— Suppongo che tu preferisca non dirmelo — dice Shadrach.

— Credo che non dovrei.

— Hai intenzione di dirlo a lui?

— Diresti sempre che è un sabotaggio, se lo facessi?

— Dipende dalle circostanze, immagino. Di chi si tratta?

Katya Lindman è scossa da brividi. Le tremano le labbra.

— Sei tu — dice.

15

Sembra uno scherzo. E non è uno scherzo particolarmente divertente. Shadrach non riesce assolutamente a prenderlo sul serio, nonostante la nota stridente della convinzione nella voce di Katya, quella nota acuta, quasi disperata, di certezza, che Shadrach ha sentito anche nella voce di Roger Buckmaster quando quello sventurato cercava di negare il proprio coinvolgimento nella morte di Mangu; quel tono che dice: “Non mi crederai neanche se giuro su quel che ho di più caro, ma quel che sto dicendo è vero, è vero, è vero, è vero!”. Ma se lui è stato davvero scelto come nuovo donatore, si spiegherebbe perché Nikki lo sta evitando, perché è così distante e così nervosa quando parlano, perché i suoi occhi non vogliono incontrare quelli di Shadrach…

— No — dice. — Non ti credo.

— Benissimo. Non credermi.

— È assurdo, Katya.

— Non c’è dubbio che sia assurdo. E sarà ancora più assurdo il giorno che verranno a prenderti e ti metteranno in testa gli elettrodi e cancelleranno qualunque traccia di Shadrach Mordecai e riverseranno l’anima di Gengis Mao nel tuo bel corpo scuro.

— Il mio bel corpo scuro — dice Shadrach — è pieno di congegni medici complessi e insostituibili che registrano ogni minima alterazione nel metabolismo di Gengis Mao. Roger Buckmaster ci ha messo un paio d’anni a progettare e costruire quel sistema, Warhaftig ha impiegato settimane a installarlo nel mio corpo, io ho speso un anno a imparare a usarlo. Usandolo, posso proteggere la salute di Gengis Mao in un modo che non ha precedenti in tutta la storia della medicina. Con tutti i cadaveri ancora caldi tra cui Avatar si trova a dover scegliere, credi che Gengis Mao li lascerebbe scegliere il solo corpo che è indispensabile alla sua…

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Robert Silverberg: Shadrach nella fornace 1
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